08 settembre 2017

G.G.BELLI e i suoi Sonetti. Tra mr.Hyde e dr.Jeckill nasce il romanesco letterario.


Il 7 settembre, nasceva a Roma nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, una vita banale e modesta, un carattere tranquillo, una personalità curiosa di tutto, ma non brillante, studi interrotti nella prima adolescenza, piccolo impiegato, quando non disoccupato, negli Uffici Ecclesiastici (in uno di questi uffici gli toccò fare il censore, severissimo quanto ottuso, di opere letterarie e teatrali). E ancora, credente fino all’osso, ma cattolico all’italiana, cioè pieno di dubbi, furbo realismo e scetticismo, papalino convinto, moralista, tradizionalista, anzi, spesso bigotto e reazionario. E il poeta? Ah, sì: autore di mediocrissime poesiole accademiche in lingua italiana. Questo il Belli-dr.Jeckyll.
      Ma c’era anche il Belli-sig.Hyde: amante della libertà personale (e chi non l’ama?), insofferente dei divieti e del fanatismo, satirico, anarchico, anche qui moralista fino a diventare anti-papalino, cultore del comico, osservatore realistico di costumi popolari, linguaggio e sessualità, che descriveva senza pudori, fino al cosiddetto "turpiloquio". Ecco, a proposito, un suo pezzo di bravura sui 53 sinonimi e significati, anche in modo figurato, del “Padre dei Santi”, cioè del membro maschile (e nell'originalissimo e osé mio articolo-saggio su questo sonetto ho dovuto scomodare, per compensazione, anche Shakespeare, Foscolo, Tommaseo e Leopardi. E non è finita: Giuseppe Gioachino Hyde era lettore curioso di ogni cosa, compresi opere di illuministi, atei e liberali (addirittura gli andavano “a genio” Voltaire e Locke), dunque vietate nello Stato della Chiesa. Ma soprattutto è autore di oltre 2000 segretissimi, clandestini sonetti romaneschi.
      Tutto questo fino ai primi anni 40 dell’Ottocento. Dopodiché, l’ambivalenza si risolve e ritorna per sempre il rispettabile (ai propri occhi) dr. Jeckyll: rispettoso dell’ordine, reazionario e pauroso di ogni libertà. Nel ’49, terrorizzato dalla Repubblica Romana, con un atto illogico brucia le sue carte, per primi i sonetti, che riteneva più compromettenti. Ma come, proprio quando andavano al potere quelli che li avrebbero potuti lodare? Non contento dà ordine a un amico monsignore di bruciare anche la cassetta con le copie dei duemila sonetti più vecchi. Ipocrita: sapeva benissimo che don Tizzani li apprezzava molto e non lo avrebbe mai fatto.
      È chiaro, e si capisce dalle lettere, che il piccolo borghese Belli non vuole essere identificato dopo la morte come autore dei Sonetti (il che avrebbe danneggiato, teme, il figlio Ciro, magistrato, verso cui nutre un’apprensione morbosa). Insomma non vuole svelare ai posteri il lato segreto dell’iconoclasta irriverente che per tutta la sua doppia vita era riuscito così bene a occultare. Solo pochi amici più intimi dell’Accademia Tiberina sapevano.
      Una personalità ambigua e contraddittoria in massimo grado quella del Belli, con punte d’una meschinità senza pari. Non meravigliamoci se fu preso dagli ingenui liberali Risorgimentali (che già si erano sbagliati su papa Pio IX) per un liberale! In realtà ogni sonetto, anche il più aperto, si presta a complesse interpretazioni; e molti, la maggior parte, sono sul versante opposto.
      Come autore di versi fu per decenni considerato un minore, un curioso autore locale; poi riscoperto dal grande Vigolo (veneto) che con qualche forzatura e con sue note romantiche e spesso prude e fuori luogo (ed. Mondadori del 1952) creò il grande monumento a un Grande Poeta. Moravia, che esagerava sempre, paragonò i Sonetti addirittura all'Inferno di Dante. Anche Marcello Teodonio rievocando il Belli su Radio-Tre (Wikipedia) nella semplice ricorrenza del giorno della sua nascita, ha azzardato un parallelo tra l’esule fiorentino che scrivendo la Divina Commedia inventa la lingua italiana e il Belli esule in casa, per autoesclusione e rifiuto della società, che con i Sonetti inventa la lingua romanesca. Ha parlato anche di “bilinguismo” nel Nostro: una lingua aulica ma insulsa e inutilmente accademica, precisiamo noi, nelle sue poesie in italiano; e una lingua bassa, "dialettale", nei Sonetti, che lui non parlava, perciò una "lingua letteraria", però vivida e ricca di colori e caratteri, limitatamente ai migliori sonetti, devo aggiungere.
      Oggi, invece, è giunto il momento di storicizzare Belli e di inquadrarlo più criticamente non solo nel suo ma anche nel nostro tempo e nel sistema di valori che sono propri della cultura e della letteratura. Certo, non è un Leopardi. La casualità e la meccanicità di troppi sonetti minori, alcuni dei quali avrebbe dovuto del tutto scartare se avesse posto mano a una revisione (del resto era capace di scriverne anche dieci al giorno, e senza poi rivederli e correggerli più di tanto), pesa eccome sul bilancio artistico.
      Ma nei suoi sonetti migliori resta la vivacità e la sintesi geniale, e soprattutto la fotografia dal basso, dai vicoli, di un’epoca e di una società – quella della Roma degli ultimi Papi-Re – che altrimenti avremmo perduto, e il monumento letterario alla “nuova” e originalissima lingua romanesca.
      Romanesca? E che vuol dire: scritti nel “dialetto” di Roma, come sicuramente credono a Vicenza o a Matera? No. A Roma propriamente non esiste un dialetto, che è una sotto-lingua parlata da tutti, da ogni classe sociale, aristocratici compresi. Ma questo, Teodonio non l’ha neanche accennato. Infatti a Firenze e a Roma le persone colte hanno sempre parlato l’italiano e fiorentino puro (a Roma imposto dai Papi fiorentini), sempre rifiutando il gergo irridente, satirico e volgarissimo dei popolani, fino al 600 con vaghe inflessioni napoletane. Gergo romanesco, appunto, non romano, dove il suffisso –esco suona spregiativamente perché riferita alle volgarità del popolino.
      Ebbene, in questa nuova presunta “lingua” gergale deformata e caustica tipica dei popolani (la stessa che il friulano Pasolini attribuì per errore alla malavita e agli immigrati non romani), però finalmente precisata graficamente, corretta e anche integrata nel vocabolario dallo stesso Belli, sono scritti i Sonetti. Il romanesco col Belli non nasce, ma rinasce, e precisa meglio le proprie regole. Che non è poco. Linguisticamente, perciò (ma non solo, ovviamente), a differenza dell’Autore che ebbe vita e personalità banali e modeste, i Sonetti, alcuni sonetti, sono grandiosi. Ma sono anche difficili, e oggi vanno tradotti, interpretati, commentati: quasi nessun romano di oggi capisce la lingua belliana, mentre invece capisce il molto annacquato para-romanesco del Trilussa.
      E i belliani sono pochissimi: appena uno o due docenti universitari, e pure svogliati e un po’ troppo conformisti. E non esistendo siti web colti, ben scritti, didascalici e dignitosi per conservare il ricordo dei Sonetti, decidemmo, io e Paolo Bordini, nella totale inazione altrui, di aprire un sito che riportasse all’oggi quel mondo: Il Mondo del Belli.
      Leggetelo questo blog:  i sonetti sono tradotti, commentati e riportati alla Storia dell'epoca e all'attualità di oggi. Una originalità assoluta. http://mondodelbelli.blogspot.it/
      Non ne avrei parlato, anche perché non si trattava d’un centenario, e la semplice ricorrenza del giorno natale è occasione troppo debole per una rievocazione, se Wlikiradio su Radio-Tre non avesse dedicato oggi 7 settembre la puntata al Belli, a cura di M. Teodonio, come sempre troppo encomiastico, tanto da dare quasi l’impressione che il Belli fosse non un isolato, un emarginato culturale in quella Roma dalla piccola nobiltà ignorante e boriosa che tanto aveva schifato Leopardi, ma una sorta di intellettuale maturo consapevole di sé, perfettamente inserito nel movimento di rinnovamento letterario e politico della metà dell’Ottocento italiano. Ha preso troppo sul serio, neanche si trattasse di quello leopardiano, anche il suo Zibaldone, in realtà una semplice serie di riassunti per il figlio Ciro. Così ho voluto riequilibrare.

15 agosto 2017

FERRAGOSTO festa né cristiana né chic ma contadina, dopo duri lavori nei campi

Buon ferragosto, certo, ma solo per i contadini di 2000 anni fa.
      Che c'entrano gli sfaccendati incapaci di tutto del mondo d'oggi che sembrano cogliere ogni pretesto, ogni embrione di moda, per banalizzare tutto, esprimere il loro conformismo di animali-massa che tengono a mostrarsi integrati nella squallida società dell’ipocrisia, fare del consumismo festaiolo, buscare a ufo un altro augurio e forse perfino un regalo, con le Feriae Augusti, la meritata vacanza dopo i lavori agricoli, così importante da aver dato nome al mese?
      Che ne sanno dell'alternanza delle stagioni e della tregua nel duro lavoro nei campi?
      E che c'entra la Chiesa, che approfittando cinicamente di ogni festività pagana per impossessarsi facilmente di masse di fedeli abitudinari, ha rubato anche questa festa, facendo coincidere il ferragosto pagano che si teneva ai primi di agosto con l'Assunzione della Madonna del 15 del mese?
      E allora diamo la parola al solo legittimato ad augurare "buon ferragosto" a qualcuno con cognizione di causa, il "cittadino romano medio". Chiamiamolo Marco Terenzio Patercolo, e facciamolo nascere, che so, a Tusculum venti secoli fa. Di professione vignaiolo, olivicultore, apicultore e piccolo proprietario agricolo, insomma un coltivatore diretto. E, com’era tipico di quella evoluta società, non solo alfabetizzato, ma sufficientemente informato e in grado di pensare, e ben dotato di personalià, a differenza delle successive masse becere contadine volute e rese per secoli ignoranti e ottuse dal Cristianesimo, religione dichiarata "dei semplici di spirito"? Ebbene, M.T.Patercolo in una riunione con i vicini alla vigilia delle Feriae Augusti deve aver indirizzato ai colleghi: più o meno queste domande e considerazioni:

«È andato bene il raccolto, amici? Quanto grano avete ricavato quest’anno? E la vigna come sta? Sono sani e forti gli olmi ai quali sono appesi i grappoli?
      E i porci? Parlatemi dei porci: hanno avuto quest’anno ghiande a sufficienza? Quante troie gravide avete contato?
      Qui da noi, dall’altro lato della collina, la siccità ha ridotto il bosco, e soprattutto i frutti succosi, anche quelli che si conservano per l’inverno. Già, l’inverno: i nostri nonni dicevano che domani comincia l’inverno. Eppure siamo al culmine dell’estate.
      Ma se Fortuna vuole e Cerere è contenta, ormai abbiamo finito i lavori. Domani le donne prepareranno il più grande pranzo sull’aia che si sia mai visto al mondo.
      Dieci muli ci vorranno per portare cibo e bevande per centocinquanta lavoranti, giovani e vecchi, uomini, donne e bambini.
      Tanta è la fame e tanta la voglia di divertirsi: mangeremo tutto il giorno, e pure la notte.
      E si ballerà, come sapete, si canterà, ci saranno giochi e scherzi. E, inutile nasconderlo, si sa come vanno queste cose: nasceranno nuovi amori, e l’anno prossimo figli, tanti figli. Ne abbiamo bisogno.
      Ma intanto, domani godiamoci la festa, la Festa di Augusto.
      Gli altri, gli azzeccagarbugli, gli scritturali, i politicanti per interesse, quelli senza arte né parte, i maneggioni ben vestiti che oziano nel Foro alla ricerca di affari loschi alle spalle degli altri e senza lavorare, i grassi liberti arricchiti che si fingono intellettuali, e tutti i mangiatori a sbafo che vivono tutta la vita tra quattro mura, e anche quei furbi fanatici Cristiani che hanno messo il loro cappello untuoso sulla nostra festa, che cosa possono capire, che cosa c'entrano con la Feriae Augusti? E come si permettono di augurarci "buone ferie", loro che in ferie ci sono sempre e senza produrre nulla?».

AGGIORNATO IL 16 AGOSTO 2017

29 luglio 2017

LATTUGA. Per la medicina tra 800 e 900 il lattucario era un sostituto dell’oppio.

Per la scuola ippocratica o naturista classica, che si ispira a Ippocrate, padre della medicina scientifica, ma in realtà sintetizza tutta la millenaria cultura botanica-medica di Romani e Greci, la lattuga (Lactuca sp.), in tutte le sue specie e varietà, è certamente molto più interessante per le doti curative che nutritive.
      È bene precisare subito che la specie Lactuca sativa, cioè coltivata, presente sulle tavole moderne conserva solo in minima parte le proprietà terapeutiche e in particolare analgesiche, ipnotiche e sedative delle specie originarie.
      Il suo lactucarium o lattucario (come il nome lattuga, deriva dal latino lac-lactis = latte), linfa bianca lattiginosa o lattice che trasuda quando si rompe un gambo o la base d’una foglia, è solo un ricordo di quello ben più potente e amaro delle specie spontanee da cui è probabile, secondo la genetica, che sia derivata, cioè L. serriola, più che L. virosa. Eppure conserva ancora effetti narcotici analoghi all'oppio, seppur molto minori – puntualizza ancora nel primo Ottocento il dr. Pouchet – purché la pianta sia giunta a piena maturazione in un Paese caldo. Non per caso L. virosa (che, va sottolineato, è una pianta tossica, tanto che si contano avvelenamenti gravi ancora ai giorni nostri; mentre la tossicità di L. serriola è molto minore e riservata alla pianta adulta in fiore) era stata denominata anche L. papaveracea.
      Il lattucario, lasciato evaporare, è stato chiamato “tridace” (da tridax, nome greco della lattuga) dal dr. François e utilizzato nella medicina naturista, sia quella popolare, sia quella colta fondata sulla “materia medica”, fino a tutto l’Ottocento e oltre, almeno fino al 1911. Lo raccomandano numerosissimi medici e farmacisti, tra cui il dr.Hopft.
      Le indicazioni nella medicina popolare e medica erano di antitussivo, sedativo, antalgico, debole anestetico, anti-afrodisiaco, moderatore del transito intestinale, sudorifero, stimolante generale (a deboli dosi), soporifero (a più forti dosi). Ma si ricorda che i Greci antichi l’impiegavano perfino contro il morso dei serpenti (Pouchet).
      La tradizione medica naturista è concorde: Ippocrate, Dioscoride, Galeno, Celso, Oribasio attribuirono alla lattuga, o meglio al genere Lactuca – soprattutto alle specie spontanee – virtù analoghe all’oppio. L’analogia dell’azione psicotropa del lattucario della lattuga, ben diverso dall’abituale estratto acquoso di lattuga già presente nelle farmacie, con quella della sostanza estratta da Papaver somniferum appariva fondata, e perciò se ne approvava l’uso popolare tradizionale al posto del raro, costoso e pericoloso oppio. E' la tesi del chimico farmacologo H.Aubergier, attivo a metà Ottocento, tra i maggiori valorizzatori e propagandisti del lattucario, inventore di formulazioni per preparati da vendersi in farmacia, di cui parlano già importanti riviste di medicina (p.es. The Lancet 43, 31 dec 1842). Le sue osservazioni sono sintetizzate (tradotte) qui. Del resto, già il grande Dioscoride constatava che ai suoi tempi si sofisticava addirittura l’oppio col lattucario seccato al sole (Pouchet), il che è una prova, sia pure in negativo, che semplicisti, erboristi, medici e gli stessi pazienti hanno sempre colto una qualche analogia tra i due rimedi pur così diversi.
      L’uso, anzi il mito, della lattuga curativa si perde nella notte dei tempi. E' sacra alla tradizione ebraica e fa parte come chazeret dei merorim cioè delle cinque erbe amare da consumare durante la cena di Pasqua o Pesach. Ma per un altro motivo: perché di sapore amaro doveva rammentare le mitiche amarezze subite dagli Ebrei in Egitto. Ma la lattuga oggi coltivata non è amara, ammette rav Di Segni, Rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, sia pure a parer nostro per superare troppo facilmente l’obiezione.
      Però è amara la lattuga selvatica. E questo, anzi, è un ulteriore duplice indizio che in tempi remoti sia la lattuga prescritta da Mosè agli Ebrei fuggiti dall’Egitto, sia quella offerta nello stesso Egitto dal Faraone al dio Min (se quest'ultima era davvero lattuga; v. oltre) dovevano essere lattughe amare, cioè selvatiche o da poco selezionate, comunque ben diverse dall’odierna lattuga da tavola.
      E poi un’altra stranezza intrigante: la banale lattuga nasconde un difficile rebus culturale e farmacologico. Per gli antichi Egizi la lattuga era afrodisiaca. Almeno, così interpretano gli archeologi la scena raffigurata nella pittura tombale di Tebe (v. immagine oltre) in cui un uomo o il Faraone stesso offre cespi affusolati di color verde al dio Min, sempre raffigurato in stato di erezione (itifallico).
      Com’è possibile? E’ una tesi aliena dalla nostra cultura, contraria all'evidenza, non suffragata da nessun medico o erborista nella Storia occidentale degli ultimi 3000 anni. E anche ammesso che fosse Lactuca, di qualsiasi varietà, anche selvatica, chi ci assicura che, al contrario, non costituisse proprio il rimedio farmacologico ideale per il patologico priapismo del Dio? Ma in realtà, chissà quale pianta era quella raffigurata nella tomba! E’ probabile, sostiene Samorini, che quella degli Egizi fosse o derivasse da un’altra specie, probabilmente L. serriola, comune ancor oggi allo stato spontaneo, e che nei bassi consumi (fino a 1 g di lattucario) prevalessero gli effetti sedativi e calmanti di sostanze presenti nel lattucario come lattucina e lattupicrina; e invece nei consumi più elevati (cioè a partire da 2-3 g) prevalessero gli effetti eccitanti, stimolanti e allucinogeni indotti dall’alcaloide tropanico, presente non per caso anche in Solanacee allucinogene come giusquiamo, mandragora e datura.
      Ma, insistiamo, è una tesi doppiamente insostenibile. Intanto la L. serriola non ha assolutamente forma affusolata. Come mostrano chiaramente le raffigurazioni sui sarcofaghi di Tebe (v,. in basso, due serie di immagini desunte dallo stesso sito di Samorini), le piante estremamente stilizzate e affusolate non hanno niente a che fare con qualsiasi lattuga selvatica. Ed è davvero improbabile che nessuno dei grandi medici antichi, tutti anche naturalisti e botanici, che hanno sperimentato per secoli su migliaia di uomini le più diverse specie del genere Lactuca, compresa ovviamente la comunissima serriola, non si siano accorti di una reazione afrodisiaca: E poi, insistiamo, la pittura egizia mostra chiaramente un cespo a forma molto allungata, fusiforme. E non c'è bisogno di una laurea in botanica o archeologia per sapere che nessuna pianta di Lactuca, tranne la lattuga coltivata della varietà oggi definita "romana", ma solo se è privata delle prime foglie, ha questa forma, sia pure stilizzata. E la lattuga romana è stata più che sperimentata:  non è certo un afrodisiaco, anzi, è il suo contrario.
      Infatti, Greci e Romani, e poi tutta la tradizione medica ippocratica ed erboristica che ne seguirà fino ai nostri giorni, concordemente attribuiscono alla lattuga un effetto anafrodisiaco, cioè deprimente la libido, il desiderio, l’erezione, la sfera sessuale e perfino la fertilità.. Sarà poi col Cristianesimo contemplativo la pianta preferita degli orti conventuali, la più adatta ai monaci votati alla castità. Ma già per i pita­gorici è "la pianta degli eunuchi" che rende gli uomini impotenti: “Coloro che più sono affezionati alla lattuga, meno sono atti ai piaceri dell’amore”. Perciò Eubulo scrive: “Non mettermi davanti sulla tavola la lattuga, o moglie, o la vergogna sarà tua”, si legge nel Deipsnosiphistes di Ateneo di Naucrati. Proprietà che diventerà proverbiale e sarà fatta propria dalla medicina erboristica e naturista fino ai nostri giorni. Infatti su questo concordano già i vari sapienti ellenici riuniti a convito nel Deipnosofisti.
      Nella cultura erboristica tradizionale, infatti, la lattuga fa parte dei “semi freddi minori”, così detti perché capaci di proprietà “refrigeranti” degli umori, secondo la teoria ippocratica. In realtà il lattucario della specie coltivata ha solo un debole effetto calmante, che faceva chiamare la lattuga comune “erba dei filosofi” dal medico Galeno, il quale più banalmente aveva l’abitudine di mangiarla la sera per prendere sonno, come se si fosse trattato d'un sonnifero. « Proprietà che però sembrerebbe appartenere specialmente allo stato adulto della pianta» – precisa Pouchet esperto di botanica – cioè vicina alla fioritura
      «Ippocrate già utilizzava la lattuga nella pratica medica; Celso la prescriveva ai tisici, eppure i moderni la ignorano» lamenta Pouchet. Che ci sorprende quando dice che per i medici romani all’occorrenza poteva rivelarsi, e per ben altri mali, perfino un “rimedio eroico”, cioè drastico ed energico. Drastica, la lattuga? Il che conferma che le moderne varietà ingentilite e addolcite hanno ormai poco a che fare con le antiche. Infatti, con una sua famosa dieta a base di lattuga di cui aveva scritto anche in un libro di alimentazione terapeutica e ricette curative, il medico romano Antonio Musa aveva guarito l’imperatore Adriano da una grave malattia (alcuni ritengono gastrica o epatica), come riporta Plinio: «La lattuga salvò il divino Augusto durante una malattia grazie alla saggezza del medico Musa; mentre il medico precedente, C.Emilio, per eccessivo scrupolo l’aveva proibita» ( Plinio).
      Poi più nulla: se ne perdono le tracce nella cultura medica e la lattuga è relegata per secoli alle ricette ripetute per sentito dire dai semplicisti di villaggio. Finché l’americano dr.Cox, di Philadelphia, nel 1792 non rammenta ai contemporanei che il succo del genere Lactuca, che chiama lattucario, agisce come quello omonimo del papavero, e nel 1810 il medico scozzese dr.Duncan e ancora molti altri dimostrano le proprietà calmanti dell’estratto di questa pianta e le vantano con convinzione nella tisi, per calmare la tosse e i dolori.
      Così ritorna di moda anche tra i medici moderni, ed è riutilizzata per tutto il secolo XIX con qualche pretese scientifica nei disturbi più modesti e generici dove occorre un sedativo – ma non solo – al posto dell’oppio, molto più potente ma rischioso. La "materia medica" dell’Ottocento prevede la Lactuca in varie altre malattie, curiosamente descritte ancora all’antica, che potremmo definire sindromi ottocentesche, come “febbri biliose” e “idropisia”, “infiammazioni catarrali” e “congestioni” (Pouchet).
      Ma il primo problema è la minima quantità di lattucario che si può ottenere dalle piante senza che si alteri: si tratta di grammi o poche decine di grammi per volta. Per primi, finalmente, i farmacisti Young di Edimburgo e Probart di Londra trovano un metodo per raccogliere in grande quantità e concentrare il lattucario, rimettendolo così in auge come medicamento pratico per tutti, dopo tanti secoli. Ma è il più pratico e fortunato farmacista H.Aubergier che ne ha generalizzato l’impiego con una Memoria all’Accademia delle Scienze di Parigi nel novembre 1842, dimostrando che un lattucario identico a quello di L. sativa, ma enormemente più abbondante, si poteva ricavare dall’imponente L. quercina o altissima. Il che gli permette la produzione di centinaia di chili per volta, riportano i testi dell'epoca (Guiber in Histoire ecc).
Ed è una rivoluzione nella storia della lattuga come farmaco. Anche il chimico italiano Piero Peretti analizza un succo di lattuga evaporato alla ricerca del vero principio attivo; ma senza grandi risultati a causa delle modeste conoscenze e tecnologie chimiche dell’epoca. Ad ogni modo isola una gomma-resina (senza la quale il liquido cessa di essere amaro) che ritiene il vero composto attivo. Fatta sperimentare da un medico, questa sostanza conferma la proprietà narcotica.
      Si sperimentano con un certo successo sui malati vari estratti e preparati, tra cui uno sciroppo al lattucario che avrà una certa fortuna, “efficace contro la tosse della rosolia”, e anche granuli o pillole di lattucario essiccato, dopo che si è riusciti a isolare una “materia amara cristallizzabile”. Questo “tridace”, più concentrato e diverso dal normale succo acquoso di lattuga allora in vendita in tutte le farmacie, come confermarono anche i francesi Caventou e specialmente il François nelle sue note del 1825 su Archives de Médecine, «sembra essere sedativo, diminuire la rapidità della circolazione, ed in conseguenza il calor naturale; da questo lato differisce molto dall’oppio». Non dà stitichezza come l’oppio, anzi, favorisce come tonico amaro le funzioni digestive. Utile per favorire il sonno, ridurre nervosismo, tosse e  dolori, senza dare effetti narcotici, stupidità, costipazione, prurito e altri inconvenienti dei preparati a base d’oppio (voce “Lattugario” in Lenormand et al, Nuovo Dizionario 1842).

      Così il lattucario si consolida nella pratica medica d’ogni giorno, anche perché – riportano le relazioni mediche dell’epoca – agisce là dove altri farmaci più potenti non arrivano, se non con gravi effetti collaterali; p.es. calma l'ereti­smo nervoso e certe forme di eccitazione sessuale involontaria con congestione degli organi sessuali. Per questo è usato dai medici tra Ottocento e primo Novecento in pediatria e in ginecologia.
      Lo Stato nel frattempo controlla e approva, anche perché bisogna ridurre per alleggerire la bilancia dei pagamenti le enormi importazioni di costosissimo oppio dall’Oriente. Una comunicazione del Prefetto di La Meurthe nel giugno 1863 autorizza le farmacie a vendere tra i nuovi farmaci anche il nuovo sciroppo del dr.Aubergier.(“Sirop de Lactucarium”). Ma a leggerne la formula allegata all’autorizzazione, scopriamo che per 1,50 g di estratto alcolico di lactucarium, che è davvero poca cosa, c’è anche una non piccola quantità di estratto di oppio (0,75 g).
       Il punto più alto della ricerca sulla lattuga terapeutica si raggiunge nel Novecento inoltrato, quando nel 1911 il lactucarium è studiato in modo approfondito, finalmente con tutti i crismi scientifici di una chimica analitica nel frattempo progredita, dal Council of the Pharmaceutical Society of Great Britain. Come mai allora? Perché a quel tempo era ormai matura nella società, nei Governi e nella classe medica la risoluzione di vietare del tutto l’oppio per uso voluttuario e terapeutico, tranne casi di dolori gravi (laudano ecc). Cosa che avvenne nel 1915. Si scoprono e isolano così i due principi attivi del lattucario: lactucerolo e lactucina.
      Per altri particolari sui preperati a base di lactucarium e sul principio attivo lactucina, si veda il volume del medico e naturalista belga V.Guibert sui “nuovi farmaci” del suo tempo (Guibert 1860).
      Attualmente la medicina non usa più lattuga, estratti di l. o lattucario in quanto tali, ritenuti poco efficaci e difficili anche da titolare in percentuale; tuttavia alcune formulazioni ottenute da estratti, infusi, Lactuca sp. essiccata, grani, gomme e perfino uno sciroppo al lattucario sono disponibili in erboristeria.
      Negli ultimi anni, anzi, si sta assistendo al pullulare di siti internet, opuscoli, articoli e soprattutto preparati (tra i quali una riedizione del famoso sciroppo) a base dei principi attivi di Lactuca e così il lactucarium sembra rivivere una nuova giovinezza. Nel mondo giovanile sta diventando addirittura una "nuova" droga, percepita come "da sballo sano, naturale, senza rischi", tanto che l'Istituto Superiore di Sanità si è affrettato a compilare una bellissima e completa scheda scientifica equiparando Lactuca e derivati alle nuove "smart drugs" oggi in auge, mettendo in guardia da equivoci, illusioni e rischi. Ne raccomandiamo la lettura a giovani e vecchi, erboristi e medici. Non capita tutti i giorni che le cose antichissime tornino di moda, nel bene o nel male.

RIFERIMENTI

ATENEO DI NAUCRATI, Deipnosophistes. Si veda, sia pure in una scansione automatica scorretta in formato txt: (Qui)
AUBERGIER MH. Recherce sur le lactucarium. Révue Scientifique et Industrielle, vol.XI, pp.98-110
BESHARAT et al. Wild lettuce (Lactuca virosa) toxicity. BMJ Case Rep. 2009; 2009: bcr06.2008.0134. (Qui)
CAVENTOU JB. Sur la Thridace, Révue Scientifique et Industrielle, 11, 278-280.
DOMENICI V. Lattuga, il viagra naturale degli Egizi, Corriere della Sera 2005. (Qui)
GUIBERT V. Histoire naturelle et médicale de nouveaux médicaments. Bruxelles 1860. (Qui).
LAITUE VIROSE (Qui)
LENORMAND et al. Nuovo Dizionario Universale, trad. it., tomo XXX, Venezia 1842, p.397-399.
PLINIO, Naturalis Historia, XIX, 38, 128
POUCHET F.A, medico e professore di storia naturale alla Sorbona nella prima metà dell’Ottocento, autore di un Traité élémentaire de Botanique appliquée, Paris 1836. La voce “Laitue [lattuga]. Lactuca” è nel tomo II, (Qui).
SAMORINI G. Il lattucario. (Qui); Il dio itifallico Min e la lattuga (Qui).


IMMAGINI. 1. Lattucario che cola da una fenditura nel fusto di lattuga selvatica. 2. pianta giovane di lattuga selvatica (L.virosa). 3. Lattucario rappreso ed essiccato. 4. Fusto di L.serriola con lattucario che cola tra i caratteristici peli spinosi. 5. Offerta di un cespo stilizzato (interpretato come lattuga) al dio itifallico Min. 6-7. Cespi stilizzati collegati al dio Min, prima interpretati dagli archeologi come cipressi o sicomori, poi come lattuga (L.longifolia, vale a dire la lattuga romana). 8. Cespo di lattuga romana appena raccolto e già spogliato delle prime foglie per necessità di trasporto: come si vede la pianta è ben lontana da essere fusiforme.

AGGIORNATO IL 7 SETTEMBRE 2017

15 aprile 2017

VEGETARISMO. Non cambia il Mondo ma se stessi. Non-violenti solo a tavola?

E' da decenni, da quando divenni vegetariano, giovanissimo, il fatidico primo gennaio 1970 (quindi molto prima che pubblicassi per gli Oscar Mondadori L'Alimentazione Naturale, I ed, nel giugno 1980, e poi Il Piatto Verde sul vegetarismo, I ed., nel 1987), che conduco la mia campagna a favore del recupero da parte di tutti noi vegetariani del senso dell’umorismo, dell’autoironia, del relativismo laicista e liberale, dei limite della storia, della psicologia, della biologia. Con tanto di rispetto per chi “sbaglia”. Anche perché mangiare carne è certamente una violenza; ma di violenze analoghe, se non peggiori, è imbevuta tutta la nostra vita, non solo a tavola. Del resto il carnivoro è convinto – e a ragione, dal suo punto di vista – che sbagliamo noi, e che siamo noi invece a fargli violenza psicologica.
      “Sbagliare”, “errore”, “violenza”? Ahi, ahi, siamo ancora a queste parole fanatiche e fondamentaliste, che dico, "clerico-fasciste"? Chi giudica chi? Forse chi vorrebbe incarcerare o uccidere i... macellai? (slogan ascoltato e letto più volte in cortei vegan e blog).
      Noi non siamo e non dobbiamo essere né una setta religiosa di fanatici, né una moderata e opportunista Chiesa cattolica. La quale solo ora parla in modo ipocrita, populista e demagogico di “risparmiare gli agnelli a Pasqua”, per accattare qualche fedele ignorante, ora che le chiese sono vuote e la Chiesa rischia di diventare solo un movimento di opinione mainstream, una Onlus, oltretutto a nostro totale carico finanziario. “Piazze piene, chiese vuote”, ma borsellino pieno.
      E in passato, per 2000 anni? Quando aveva il potere temporale, neanche nei conventi la Chiesa ha mai escluso la carne; anzi ha colpito duramente le regole monastiche vegetariane, accusate perfino di cripto-eresia (cfr. M.Montanari, L’Alimentazione nel Medio Evo, cit. a mem.), tanto che alcuni teologi sostenevano che “gli animali ambiscono a essere divorati da quelle anime pie dei preti, anziché dal popolaccio volgare” (N.Valerio, Il Piatto Verde, cit. a mem.).
      Non-violenti? Come no; ma solo a tavola? Non è un po’ pochino? A parte quelli, tanti, che per ignoranza della scienza, cioè conoscenza, anche a tavola fanno violenza a se stessi? E i colleghi di lavoro, i condòmini, i vicini di casa, la famiglia, i parenti, Internet, Facebook, gli sconosciuti, gli altri automobilisti, la società? Valgono meno dell’alternativa bistecca-tofu? È sotto gli occhi di tutti l’aggressività, la violenza che spira da questi luoghi: nessuna differenza tra veg o non-veg.
      Del resto, se neanche preti, monache, pastori, rabbini e imam sono di per sé i più buoni e onesti degli uomini (lo dicono loro stessi), come potremmo esserlo noi vegetariani in quanto tali?
      Anzi, c'è chi accusa - e certi fatti sembrano dargli ragione - non pochi vegetariani, p.es. alcuni vegan, di essere più irosi e aggressivi dei non-vegetariani. Una contraddizione bella e buona con l'asserita non-violenza, che deve essere anche e prima di tutto verbale. Non è che con le diete auto-prescritte c’è carenza di vitamine del gruppo B, potenti regolatrici dell’equilibrio neurologico?
      E poi dovremmo renderci conto che la vita sulla Terra, compresa quella dell'Uomo, non è naturalmente non-violenta. La vita, anzi, nasce dalla morte. Esistono migliaia di piccoli e grandi atti di violenza ineliminabili o addirittura necessari alla nostra vita. Già soltanto respirando, mangiando anche solo vegetali, digerendo, curandoci con farmaci e camminando, uccidiamo migliaia di vite (insetti, batteri, virus).
      L'alimentazione, perciò, non è l'unico, e neanche forse il miglior campo in cui sperimentare la non-violenza: perché più di tanto non si può fare a tavola, esistendo invalicabili, essenziali, esigenze biologiche del corpo umano.
      E tanto più oggi che sappiamo tante cose di scienza (ma già nei tempi antichi i medici ippocratici e naturisti ne erano convinti) il vegetarismo ha importantissimi effetti sul corpo umano e la salute. Insomma, l'etica, la filosofia, la non-violenza universale, non sono l'unica motivazione del vegetarismo.
     Sarò paradossale e anti-massa, come al solito (ma mi dà ragione il nostro G.B. Shaw, un altro veg che “non sembrava veg”, tanto era anticonformista); ma se conquistassimo tutti noi che cianciamo abusivamente di “superiorità morale” l’umorismo e la tolleranza, e se studiassimo un po’ di più, ecco che davvero avremmo dimostrato la presenza nel nostro corpo di quello speciale misterioso "marcatore" che rivela insieme intelligenza e moralità.
      Non basta una dieta, anche se sostenuta da tutte le idee più sublimi in fatto di etica, per auto-definirsi "più onesti", "migliori" degli altri. Diete e idee si copiano facilmente. Contano, invece, i comportamenti, anche minuti, i fatti e le opere della nostra vita quotidiana.
      E allora? Il vegetarismo è una scelta individuale nobile e valida, se scientificamente sostenibile da quella singola persona. Ma non si presta alla propaganda, al "furto delle anime" in cui sono bravi i missionari cattolici, alle vanterie statistiche, tanto meno alla economia e alla politica: tutte attività che hanno sempre un fondo di seduzione corriva, di prescrittività autoritaria "per gli altri", considerati colpevoli di tutti i mali del Mondo, di violenza psicologica. Col vegetarismo non si cambia il Mondo, ma, forse, nei casi migliori, si dimostra a se stessi di essere un poco, solo un poco, già cambiati.

AGGIORNATO IL 10 LUGLIO 2017

12 aprile 2017

LIBUM di Roma antica? Ma è la crescia di Pasqua, o pizza lievitata al formaggio.

La conoscete la storia gustosissima del “panettone salato al formaggio"? No? Eppure, non è una stranezza moderna, magari della solita cuoca dilettante su un blog; ma è molto, molto più antica, nobile e saporita del dolcissimo, stucchevole, sopravvalutato panettone "milanese". 
      Non si era detto che dobbiamo riscoprire le nostre gloriose origini antropologiche e culturali? E in Italia, oltre alla lingua e all’arte, le tradizioni più antiche e vere parlano di cibo. E sono pagane, ovviamente, non cristiane. La Chiesa, anzi, ebbe la furbizia (secondo altri vi fu costretta) di utilizzare per le proprie nuove festività i riti e le abitudini che il popolo già seguiva in età pagana: dalla lingua latina alle feste della Luce e ai Saturnali (Natale-Epifania-Carnevale), dalle grandi basiliche (colonne, templi e basiliche romane) al cibo, appunto. Tra i tanti aspetti della nostra ignoranza di moderni, c’è, appunto, quella delle nostre Tradizioni antropologiche alimentari più remote.
      È il caso del bimillenario libum etrusco-romano. Che è un’eccezione: quasi tutte le pietanze oggi definite “tradizionali”, con tanto di ricetta codificata, risalgono al Novecento (p.es. il panettone “milanese”, la pizza “napoletana”, gli spaghetti “romani” alla carbonara o all’amatriciana, i pizzoccheri “valtellinesi” ecc.) o alla fine dell’Ottocento, come tutte le ricette derivate dall’Artusi. Perciò, quando si scopre la sopravvivenza d’una pietanza di almeno 2500 anni fa, trascinatasi praticamente uguale fino ad oggi, sia pure nell’indifferenza generale e ormai ristretta a poche province, si fanno salti di gioia.

      Il libum era un caratteristico “pane condito” rituale e festivo. Lo si “offriva” agli Dei per ingraziarseli, ma poi naturalmente andava al sacerdote, proprio come oggi. In pratica erano costretti a papparselo i poveri domestici dei sacerdoti, i quali continuavano a ingrassare, a ingrassare; tanto che una volta addirittura scioperarono per protesta. Se lo donavano tra loro anche gli sposi: e una volta che per distrazione mettevi il libum sul piatto della sposa, o viceversa, era finita. Peggio dell’anello di oggi: eri incastrato!
      La ricetta, stringata e severa, com’era dell’uomo, ce la dà addirittura il grande Marco Porzio Catone, strana figura di politico dalle forti idee, magistrato pubblico integerrimo, intellettuale versatile e agricoltore efficiente che non disdegnava di sporcarsi le mani di terra o di stabbio, detto il Censore per le motivate critiche che rivolgeva a tutto e a tutti (e a differenza di quanto accade oggi i critici allora erano molto temuti e ascoltati). Arrivò al punto di lasciare ai posteri perfino la ricetta d’un finto vinello di mistura di sua invenzione per i servitori e braccianti (mosto, aceto, tanta acqua ecc.) che doveva sostituire il vino, vietato non solo ai minori di 30 o 35 anni e a tutte le donne, ma anche ai servitori. A riprova del mio detto che solo i Grandi Uomini sanno occuparsi, e bene, delle tante Piccole Cose; mentre chi si occupa solo di asserite, da lui, poche Grandi Cose, è quasi sempre un mediocre.
      Di libum scrive Catone, in stile tacitiano, cioè usando pochissime parole, come un appunto per il suo fattore, nel suo De Agri Cultura. Ecco il testo originale latino:


«Libum hoc modo facito.
Casei P. II bene disterat in mortario. Ubi bene distriverit, farinae siligineae libram aut, si voles tenerius esse, selibram similaginis eodem indito permiscetoque cum caseo bene. Ovum unum addito et una permisceto bene. Inde panem facito, folia subdito, in foco caldo sub testu coquito leniter». 
(Cato, De Agri Cultura, LXXV).

Che, tradotto in italiano, dice: «Il libum, preparatelo così: Pestare bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrete sminuzzato bene, impastare bene col formaggio una libbra di farina di frumento o, se lo volete più leggero, mezza libbra. Aggiungere un uovo e di nuovo impastare tutto attentamente. Quindi dare forma di pane, porre su un letto di foglie [di alloro] e far cuocere lentamente in un testo [vaso di terracotta] caldo».
      Quindi, in pratica, portata in una cucina di oggi la ricetta catoniana sarebbe::

Farina (all’epoca, integrale) di grano tenero: 327 g
Formaggio pecorino poco stagionato o analogo molto saporito: 655 g
Uovo: 1

Acqua, quanto basta
Foglie di alloro


      Ma per chi ha un minimo di conoscenza di gastronomia e tradizioni popolari, questa è la famosa “pizza di Pasqua” cresciuta, una sorta di panettone salato al formaggio che dopo millenni è ancora diffusissima in occasione della Pasqua in Umbria e Marche, e un po' meno nel Viterbese e a Roma. Oggi a Viterbo e in altre province d’Italia, è diffusa anche un’altra versione del libum, che pure i Romani avevano, quella dolce, impiegando cioè al posto del tanto formaggio il miele, purtroppo oggi sostituito dallo zucchero. Anche questa, salata o dolce che sia, è una pizza “cresciuta”, cioè molto lievitata (per distinguerla dalla pizza bassa a focaccia), più o meno come il panettone di Milano delle origini, in stile Le Tre Marie, ma se è dolce deve essere senza uvetta e canditi, e rigorosamente con ottimo olio di oliva extravergine, E' la classica “pizza di Pasqua” ormai venduta anche nei supermercati, ovviamente in versione blanda e insipida.
      Conviene senza dubbio prepararlo in casa, più saporito, con ingredienti genuini e senza conservanti, questo antichissimo libum etrusco-romano o pizza di Pasqua o crescia che dir si voglia. Usiamo un po' meno formaggio della ricetta di Catone (che vorrebbe 2 parti di formaggio per 1 di farina), per non rischiare di farla assomigliare a uno sformato; ma un po' più di quello che si usa oggi. Scegliamo la formula di "metà e metà", cioè tanto formaggio quanta farina (nella ricetta ricostruita qui sotto 500 g di farina e 500 g di formaggi in totale). 
      Ecco come può presentarsi dignitosamente, senza tradire la Tradizione né il grande Catone, il libum salato delle feste oggi, praticamente immodificato dopo 2500 anni. L'acqua può essere sostituita dal latte. Le uova sono a piacere. La cultura contadina ha ecceduto ultimamente nel numero di uova: sembrava quasi che le massaie di paese volessero sbalordire le vicine. La mia nonna di Graffignano si vantava di fare pizze di Pasqua con 20 uova e più, però erano monumentali. Noi invece non esageriamo: le troppe uova appesantiscono l'impasto e gli cambiano sapore. Manteniamoci parchi come gli Antichi: 1 o 2 uova come voleva Catone. 

Pizza di Pasqua al formaggio o crescia

500 g di farina di grano tenero integrale
150 g di pecorino stagionato grattugiato
150 g di parmigiano o grana grattugiato

200 g di pecorino o altro formaggio poco stagionato a pezzetti
1 bicchiere di latte o acqua tiepida
2 uova
1 bicchiere di olio di oliva (facoltativo)
pepe macinato al momento (abbondante: indispensabile anche per l'aroma)

sale
20 g di lievito fresco naturale (di birra)

      E se c’è la cuoca bravissima fissata col lievito a pasta acida o lievito madre, meglio ancora: ne guadagna il gusto. Ma non deve essere alle prime armi, perché mal impiegato (ha bisogno di diversi "rinfreschi" del lievito e diverse "lievitazioni", cioè brevissimi reimpasti, il che vuole molto più tempo) il lievito a pasta acida lievita poco e con buchi piccolissimi. Intendiamoci, niente di grave; anzi "filologicamente" sarebbe più corretto: una copia più realistica del libum degli Antichi, che non avevano
 il nostro potente lievito di birra, che un lievito naturalissimo, sì, ma concentrato, grazie all'allevamento di colonie di Saccharomyces. Soltanto, sappiate che nelle aspettative di familiari e amici ormai la pizza di Pasqua deve sembrare un panettone di Milano, siete avvertiti. E non è solo una questione di alveoli di aria. Come per il pane, una pizza cresciuta poco lievitata e ammassata cuoce male, può essere indigesta e può avere perfino un cattivo sapore
      Chi volesse realizzare questa ricetta semplice – ma non facilissima: ha troppe variabili che possono andare storte, perciò è adatta a una persona di buona esperienza in pane o pizze lievitate o almeno grande intuito in cose di forno – lo faccia almeno con intelligenza storica, per imparare quali erano i sapori genuini dell’Antichità: usi buona farina biologica totalmente integrale (p.es. Alce Nero o simili, nelle botteghe del naturale: 1 kg a 2,20 euro circa). L’olio, con tanto formaggio, potrebbe non servire: Il sale va dato giusto, tanto più se fate prevalere i formaggi dolci, erroneamente. Qui bisogna usare formaggi pecorini ben saporiti, o almeno di mucca molto saporiti. Catone poi parlava di formaggio fresco sbriciolato (e a Roma antica si usava anche la ricotta fresca impastata con la farina), mentre nella ricetta di oggi si impiega il più pratico formaggio stagionato grattugiato, che è già salato per conto suo. Buona l'idea, che ignoravo, di aggiungere formaggio semi-stagionato a cubetti direttamente nell'impasto già lievitato prima di infornare: questo è un ulteriore collegamento diretto al "formaggio sbriciolato" grossolanamente di Catone.
         L’impasto potrà essere più o meno morbido. Sciogliere il lievito in latte o acqua tiepida (30°: attenzione, a 45° il lievito comincia a morire) lasciandolo da parte. Impastare nel frattempo uova, olio, farina, i formaggi grattugiati, sale e pepe. Aggiungere, poi, anche il latte con il lievito ben sciolto e che comincia a fare le bollicine. Impastare bene, poi aggiungere i pezzetti di pecorino o altro formaggio semi-stagionato. Versare tutto l'impasto in stampi da panettone o in pentole di acciaio oleate e infarinate all'interno. Esistono anche speciali stampi semi-conici tipici delle pizze di Pasqua. Anticamente si usavano vasi o pentole di coccio: sarebbe l'ideale. Lasciar lievitare in ambiente ben tiepido (se non si ha di meglio, lasciare nel forno spento ma con la luce interna accesa) per almeno due ore coprendo a seconda degli stampi con un coperchio di coccio o un panno. Si cuoce in forno a 200° fino a che la pizza sarà ben dorata o bruna. La durata dipende anche dal recipiente usato e dal tipo di forno: in caso d'incertezza aiutatevi con un lungo stecchino.  Una volta spento il forno, non si sforna all'improvviso come per il pane: lasciar raffreddare a poco a poco nel forno spento con lo sportello aperto.
      Buon impasto e buona infornata. In quanto a me, mi guardo bene dal mettere in pratica questa stupenda e saporitissima pizza salata al formaggio: sarei portato per golosità a mangiarmela tutta e addio dieta!

AGGIORNATO IL 3 MAGGIO 2017

04 aprile 2017

VACCINI, non farmaci: si limitano a stimolare le difese naturali del corpo.

VACCINI, SI O NO? Mi ha scritto un’amica: «Aspettavo di leggere (le confesso con parecchia curiosità e interesse) un suo commento/articolo sull'argomento "vaccini si o no". Ha già postato qualcosa in passato e me la sono persa? Oppure è nelle sue intenzioni, e potremo leggere qualcosa in futuro?».
      Non intendo, sia chiaro, partecipare alla solita "corrida" ideologica o religiosa sul tema. Chi mi ha chiesto un parere lo ha fatto, con tutta evidenza, perché mi conosce come coerente divulgatore del Naturismo. Perciò parlo qui solo di cose di mia competenza, cioè della compatibilità teorica, concettuale, biologica, delle vaccinazioni con la filosofia di vita naturista e salutista. Ogni discorso sull'efficacia epidemiologica di ogni singola vaccinazione – per bambini o adulti – deve essere affrontato, invece, solo da epidemiologi medici e Istituti Nazionali di Sanità. Spero di essere stato chiaro.

VACCINI E NATURISMO (*)
È noto che la Natura immette virus vivi e vitali nell’uomo, virus che sono quasi sempre uccisi dal nostro efficiente sistema di difese immunitarie, dotato perfino di leucociti “memorizzatori” che assicurano immunità nel caso in cui dovessero ripresentarsi virus uguali. Invece, i vaccini creati dall’uomo inoculano virus morti o attenuati oppure parti di virus.
      Quindi, già l’impatto microbiologico d’un vaccino è minore rispetto a quello che ci tocca naturalmente ogni giorno nella nostra vita. Per fortuna si è scoperto che anche pezzi di virus o virus morti (vaccini) scatenano reazioni di difesa e garantiscono immunità più o meno prolungata nel tempo. Insomma, il processo di difesa, le reazioni del corpo umano, sono le stesse di quelle naturali previste per i virus allo stato libero.
      Quindi, già per questo primo aspetto, come potrebbe un vero naturista o salutista razionale, cioè che ragiona, opporsi ai vaccini? Neanche la Chiesa e gli ambienti cattolici più reazionari, tra fine Settecento e Ottocento (nonostante l'opposizione di alcuni parroci e frati che erano a contatto con le paure irrazionali del popolino ignorante e superstizioso), ebbero il coraggio e l'ottusità di opporsi ufficialmente ai vaccini. Anzi, l'intellettuale più reazionario di tutti, il conte Leopardi, padre del grande poeta, fu il maggior fautore del vaccino anti-vaiolo. Con tutto che i vaccini anti-vaiolosi dell'epoca erano di rozza preparazione e conservavano alcuni rischi.
      Del resto, già i medici della Grecia e dell’Antica Roma avevano capito che chi era sopravvissuto alla peste non la prendeva più, cioè era immune per tutta la vita. E poiché erano intelligenti, qualche pensierino l’avranno fatto su questa logica biologica; altrimenti verso il 1000 d C non avremmo avuto improvvisamente (la scienza non fa salti) documentazione di persone immunizzate dal vaiolo aspirando col naso polveri ricavate da croste vaiolose di malati.
      Si obietterà: va bene, ma la filosofia e la medicina del Naturismo non si oppongono ai farmaci artificiali?
      Ma un vaccino non è un farmaco, cioè un preparato a base di una o più sostanze chimiche di origine artificiale o naturale ("princìpi attivi"), comunque esterni rispetto al nostro corpo, e capaci di un'azione farmacologica autonoma al suo interno; ma un preparato che contiene un organismo biologico di origine naturale (un virus ucciso o attenuato) che stimola le reazioni naturali proprie del nostro corpo. Un processo biologico del tutto naturale.
      Eppure, nel Naturismo storico, che ha il suo momento più rilevante tra Ottocento e Novecento, la riscoperta delle terapie con l’alimentazione, le erbe, l’acqua, il sole e la terra, cioè con gli elementi naturali, per prevenire i mali che l’eccesso di industrializzazione già stava portando, voleva dire essere molto critici o almeno molto prudenti non solo con i farmaci, accusati di provocare talvolta conseguenze più gravi delle stesse malattie che promettevano di guarire (e in quei tempi di medicina ancora prescientifica o proto-scientifica questo doveva verificarsi spesso), ma perfino coi vaccini. Anche il famoso medico naturista francese Paul Carton (1875-1947), grande studioso e divulgatore di Ippocrate, esortava alla prudenza nel prescrivere e assumere farmaci artificiali, proprio perché non sempre riuscivano a stimolare le difese immunitarie gravemente compromesse in certi malati.
      E' curioso che i Naturisti dell’epoca, compreso il dott. Carton, tra i farmaci pericolosi inserissero anche i vaccini. Oggi ci appare una contraddizione bella e buona, visto che servono appunto a stimolare e rafforzare la risposta immunitaria senza immettere nuove molecole di principi farmacologici. Fatto sta che le varie associazioni naturiste, non solo quelle di Medicine Naturali, ma anche le Società Vegetariane, Società per l’Igiene del Vestiario o per la Riforma Alimentare aderivano regolarmente, anche se non in toto, alle campagne d’opinione contro le vaccinazioni. Ancora nel 1912, per esempio, firmano un appello anti-vaccini alcuni soci della Società Vegetariana di Francia (Baubérot A., Histoire du Naturisme, PUR, Rennes 2004).
      Una posizione, quella dei nostri bisnonni naturisti, ancora arretrata e contraddittoria - dovuta probabilmente più alle scarse conoscenze popolari sulla vera natura dei vaccini che alla scarsa qualità dei vaccini stessi a quel tempo - che oggi non è ammissibile e che i naturisti odierni devono correggere.
     Il Naturismo medico-alimentare, infatti, deriva proprio da Ippocrate (“medicina ippocratica”), padre -guarda caso - anche della medicina scientifica, come andava divulgando così bene proprio il dott. Carton Perciò il salutista e naturista che segue la Tradizione e la Natura e il moderno medico della ASL hanno curiosamente il medesimo mito o punto di partenza storico e simbolico.
      E se la medicina ippocratica cura con i mezzi naturali, anche la medicina scientifica di oggi usa farmaci che in buona parte derivano da principi attivi naturali. E, ripeto, lo stesso ricorrere alle difese immunitarie, sia pure stimolandole, è un processo naturale.
      E gli effetti secondari? "Primum non nocere", per prima cosa non nuocere. Il farmaco – naturale o artificiale – deve essere efficace e non deve nuocere. Per analogia, neanche il vaccino.
      Ma questo motto, essendo noto oggi (non ai tempi di Ippocrate) che perfino tutti i cibi vegetali contengono veleni naturali, che spesso coincidono con i principi attivi (perfino cavoli e rucola sono anti-cancro, ma irritanti delle vie urinarie e, se in eccesso, antitiroidei e gozzigeni), deve essere interpretato così: “I farmaci, naturali o artificiali che siano, non devono nuocere più di quanto giovino”, cioè devono sempre “far più bene che male”, visto che un po’ di male c’è sempre, in ogni cosa. Perciò va sempre valutato il bilancio finale, clinico o epidemiologico, tra i “pro" e i "contra”.
      E sotto la voce “contra” ci sono anche le sostanze minori aggiunte al vaccino o farmaco per facilitare il metabolismo enzimatico e l’assimilazione del principio attivo, e anche gli eccipienti neutri. Non di rado proprio queste sostanze minori sono sul banco degli accusati. Smentita definitivamente la voce fraudolenta che alcuni vaccini favorissero l'autismo, si è visto anche che dei due eccipienti più preoccupanti, il metil-mercurio, usato - quando c'è - come conservante, è metabolizzato dal corpo in etil-mercurio, impiegato fin dagli anni Trenta senza tossicità e senza alcun rapporto con l'autismo; mentre l'alluminio utilizzato in minime quantità per migliorare le difese immunitarie e del resto naturalmente presente in molti cibi, è metabolizzato dai bambini senza tossicità.
      Perciò, nel consuntivo finale, se la statistica medica ci assicura che il bilancio delle vaccinazioni, specialmente quelle di base dell’infanzia, fondate sui principi biologici che abbiamo detto, è altamente positivo, cioè serve a far scomparire del tutto malattie epidemiche non solo con l’immunità individuale ma anche creando un ambiente ostile al propagarsi dei virus, anche noi salutisti che seguiamo i metodi naturali dobbiamo essere d’accordo.
      Se poi i farmacologi ci mostrano che alcuni eccipienti tossici d'un tempo sono stati eliminati o ridotti (quindi aumentando sempre più i “pro” e riducendo sempre più i “contra”), e che comunque i “casi avversi” sono rari, e non tanti e tali da inficiare il principio stesso e l’utilità grandissima delle vaccinazioni, specialmente di quelle infantili di base e obbligatorie (v. documenti della OMS-WHO), non è possibile trovare obiezioni. Del resto, in rarissimi individui produce effetti gravi perfino un’aspirina, il cui principio attivo, come molti farmaci, è di origine naturale derivando da una pianta: il salice.
      Anche perché è fondamentale, e a maggior ragione per un naturista, l'antico motto “Primum vivere, deinde philosophari”: prima di tutto vivere, poi teorizzare. E qualunque mezzo dobbiamo obbiamo usare, meglio se naturale e con ridotti effetti secondari, per sconfiggere la malattia. E il vaccino usa un tipico sistema naturale.
      Non per caso nell’Ottocento perfino il reazionario e cattolico integralista Monaldo Leopardi fece vaccinare (vaiolo) il giovane Giacomo e gli altri figli, e addirittura molti cittadini di Recanati.
      Il Naturismo, ispirandosi da secoli a Ippocrate e alla sperimentatissima “vita semplice e sana” degli Antichi, segue la Natura, sia la "natura dell’Uomo", sia la Natura esterna, che però si osservano e si studiano solo con la Scienza. Non ci sono altri modi per studiare e seguire la Natura. La Scienza è la base sia degli studi di biologia, sia dello stesso Naturismo serio. Proprio perché anche Ippocrate, anche gli Antichi, seguivano la Scienza (certo, quella che era alla loro portata).
      Ne consegue che anche la filosofia naturista deve evolversi e seguire, secolo dopo secolo il buonsenso dell’Uomo, cioè il progresso della conoscenza, secondo il metodo "prove ed errori". Esiste una “Ragione nella Natura”, e l’Uomo ne è una prova, come dimostra la sua evoluzione e la sua Storia, fatta di sperimentazioni “per prove ed errori” con cui ha letteralmente inventato il suo cibo selezionandolo tra tutte le sostanze naturali vegetali, animali e minerali in cui per caso s’imbatteva, soccombendo spesso per opera di piante e animali, e alla fine chiamando “alimentazione sana e naturale” quella che casualmente e per scelta aveva notato che procurava meno svantaggi e più vantaggi. Lo stesso ha fatto con i farmaci e con i vaccini.
      Per tutti questi motivi, in conclusione, anche come naturisti severi o seguaci della Tradizione, non possiamo obiettare nulla ai vaccini fondamentali e dichiarati "obbligatori" o "fortemente consigliati", e dobbiamo vaccinarci.
.
(*) Su quale sia il vero significato del termine "Naturismo", visto che Wikipedia ne dà una spiegazione sbagliata e sottoculturale, si veda questa mia monografia completa nel presente blog.

PS. Google mi ricorda che un altro post molto combattivo sui vaccini l'avevo già scritto tempo fa su Facebook. In passato, però, ci sono state anche campagne di vaccinazioni discutibili o infondate. Perciò, anni fa, lo ricordo per onestà intellettuale, polemizzai duramente con l'allarmismo generato da alcuni ambienti internazionali sulla cosiddetta "influenza suina" H1N1 che spinse le Autorità Sanitarie a consigliare la vaccinazione pur in presenza di prove carenti, come stabilirono studi scientifici. Altri studi dimostrarono anche i risultati scarsi, se non controproducenti, della vaccinazione anti-influenzale nei bambini piccoli. Sono casi particolari, estremi, che vanno ascritti alle decisioni pratiche e contingenti delle Autorità Sanitarie, degli epidemiologi e dei clinici dei vari Paesi, che non intaccano il principio di cui parlo nel Manifesto sopra riportato, che attiene unicamente la compatibilità teorica delle vaccinazioni per un naturista.

IMMAGINE. L'inglese E.Jenner pratica la prima vaccinazione contro il vaiolo il 14 maggio 1796 (olio di E.Board, part.).

AGGIORNATO IL 14 LUGLIO 2017

25 novembre 2016

LAUREATI? Sempre meno. E non sono troppo diversi dagli altri per incultura.

Una laurea non fa di una persona senza qualità un genio (e neanche un colto o un erudito), e viceversa chi non ha la laurea non è detto che sia poco intelligente o un cialtrone. Fatto sta che Guglielmo Marconi, Jack London, Eugenio Montale, Thomas Edison, Ernest Hemingway e Benedetto Croce, solo per fare pochi esempi, non erano laureati; mentre qualsiasi ragazzotta-o in carriera lo è o dovrebbe esserlo oggi, fosse pure una laurea triennale, per non contare i più vari “master” di specializzazione. E molti giornalisti non laureati (sono la maggioranza: p.es. Biagi) si sono dimostrati comparabili, se non più bravi, di tanti laureati.
      Ma almeno la laurea (quella "lunga", più completa, che impone più metodo, più sacrifici), nonostante il degrado culturale e l’appiattimento degli studi universitari che tocca anche la qualità stessa delle lauree, a parte i casi in cui è davvero un “requisito minimo”, appunto minimo, indispensabile per garantire uno standard statistico medio di affidabilità accettabile per non nuocere agli altri (chimica, medicina, ingegneria civile, diritto ecc.) è la prova – unica – di un metodo. Cioè? La laurea è semplicemente la prova che la persona, qualunque sia la laurea, sa studiare, è capace di discriminare rapidamente tra testi seri e poco seri, ovvero ha un forte senso critico sia nella materia sia in generale, sa trovare le prove scientifiche di quello che afferma, sa riferire lo “stato dell’arte” in materia, oppure, se non è aggiornato e negli anni si è lasciato andare e quasi è ricaduto nell’ignoranza, purtuttavia al bisogno saprebbe andare a cercare i testi giusti o gli studi nuovi per aggiornarsi rapidamente. Ecco a che cosa “serve” una laurea.
      Un quid in più che si nota ogni giorno, quando manca. Fateci caso: chi non ha laurea, qualunque laurea lunga, è più soggetto a interpretare male fatti e persone, a essere superficiale, a capire meno un testo complesso, a cadere negli equivoci, a dar credito a qualunque tesi o suggestione individuale, a mettere tutto sullo stesso piano, idee serie e tesi balzane, verità dimostrate e timori, dati certi e voci popolari. Un maligno potrebbe commentare: ma è un po' quello che fanno quasi tutti i cronisti, per i quali "una idea vale l'altra" essendo pur sempre una “notizia” una volta che viene espressa. Certo, ecco perché per un giornalista è poco importante essere o no laureato, dice qualcuno. No, ecco perché, proprio per un giornalista, sostengo io, sarebbe indispensabile una laurea severa, proprio per selezionare e scegliere meglio le notizie, e dare il giusto peso a una tesi.
      Insomma, la laurea è utile proprio oggi, in tempi di sottocultura di massa, di "superficialità veloce", col proliferare della disinformazione, ora che libretti autoprodotti e internet permettono a chiunque di diffondere notizie o “spiegazioni” su cibo, politica, storia, scienza, medicina ecc. creando leggende metropolitane e mistificazioni d’ogni genere. Anche se con la crisi del lavoro intellettuale spesso i laureati vanno ad affollare l’insegnamento, la pubblica amministrazione, le professioni, e perciò uscendo dagli studi attivi potrebbero perdere l’abitudine al vaglio critico, oppure si rintanano nell’Università, lontano dai clamori del Mondo e dal mondo degli adulti, spesso luogo di scontro o concorrenza sleale con altri docenti, quando non accademia bolsa e conservatrice come ripeteva Croce, un luminoso esempio di “non laureato” proprio per un’aristiocratica e selettiva concezione della cultura e degli studi, un intellettuale che studiò, e con metodo ultra-rigoroso, tutto il giorno, tutta la vita.
      Ma essere ultimi per numero di lauree (24% Italia, nella fascia di età 25-34 anni, contro il 41% della media dei 34 Paesi Ocse), secondo una ricerca dell’OCSE (2015) riportata dai giornali, come capita all’Italia che fu il primo Paese al Mondo a fondare un’Università degli Studi e ad avere perciò i primi laureati, è il segno di un ambiente intellettuale, scolastico e culturale degradato, un pessimo sintomo di decadenza, perfino morale. Che gli Italiani di oggi, ben diversi dai colti Grandi Uomini dell’Italia del passato di cui ci vantiamo sempre ipocritamente, non amino studiare e perfino leggere, si era capito da tempo. Ma questa è la base intellettuale, sociale e starei per dire antropologica della nuova Democrazia di massa: vuole uomini mediocri e ignoranti; anzi, troppi intellettuali – con il loro esasperato senso critico, figuriamoci – sarebbero d’impaccio.
      Così, il tessuto psicologico e sociale della popolazione dominante è totalmente invertito rispetto all’Antichità etrusco-romana o rinascimentale: in pratica è come se, grazie al suffragio popolare, proprio quei servitori e contadini muti e senza idee che vivevano ai margini della società al tempo dei colti (i “laureati” dell’epoca) Cicerone e Seneca, Machiavelli e Leon Battista Alberti, oggi fossero al Potere e risultassero determinanti in ogni sia pur piccola scelta nella società. Una vera e propria regressione parallela, cioè doppia (la maggioranza conquistata dal popolo senza titoli di studio, e l’inizio della decadenza della qualità stessa degli studi e dei titoli accademici) che in Italia può esser fatta convenzionalmente iniziare attorno al 1912 (“Patto Gentiloni” che convinse le masse cattoliche a partecipare al voto).
      Non che basti un titolo di studio elevato, ripeto, per garantire cultura (non solo generale, spesso carente, ma specialistica) e tanto meno un vigile senso critico ogni giorno e per tutta la vita. Soprattutto in situazioni imprevedibili o di stress. Basta assistere a certi dibattiti televisivi. Dove, però, le pecche evidenti dei “laureati” o assimilati sembrano dovute più a deficit di carattere, cioè all’eventuale ruolo psicologico dell’emotività o faziosità. o alla lentezza o inadeguatezza nell’altercare, che a carenze di personalità, cioè di intelligenza, idee e cultura. Fatto sta che spesso nella vita quotidiana, a sentirli parlare, ragionare, argomentare, prendere posizione, i laureati, i professori universitari, gli “esperti”, fanno imprevedibilmente una modesta figura; tanto che molti di loro, e non i migliori, quando si vedono costretti a confrontarsi con la gente qualunque o appaiono in televisione devono sopperire con l’altezzosità, l’arroganza o la prosopopea, “atteggiamento – dice un dizionario – improntato a una presuntuosa e talvolta ridicola gravità”, che altro non è che un recinto di protezione che dovrebbe difenderli con un’opportuna distanza dalle critiche del popolo per definizione ignorante.
      Di fatto, osservando come parlano e soprattutto come discutono e litigano gli Italiani, a quali argomenti di "prova" ricorrono per vincere in una qualsiasi contesa, la prima apparenza è che tutti, laureati o no, colti e incolti, siano infantili e sottoculturali, emotivi e illogici, faziosi e intolleranti delle ragioni dell’altro. Non solo al bar, ma soprattutto nelle famigerate trasmissioni "corrida" in tv, e perfino in Parlamento, per modo di argomentare, cultura e "logica" aberrante (tipico è il procedimento di passare rapidamente da un argomento sul quale si sta perdendo o non si ha più nulla da dire a un altro del tutto imprevedibile), constatiamo spesso che tra uomo della strada e politici di non c'è differenza. Solo che il primo è peggiore per faciloneria, i secondi sono peggiori per arroganza.
      Laureati o no, anche su internet e Facebook, come si capisce dall’insofferenza per la lettura di testi che superino le 10-20 righe o poco più, dal rifiuto della lettura in genere, specialmente storica e saggistica, e anche dai grossolani equivoci e commenti sottoculturali, è evidente che molti hanno perfino difficoltà a capire al volo il significato complessivo d’un periodo o d’una frase appena un po' articolata (p.es. con analogie, paralleli ironici, frasi subordinate, qualche “ma”, “tuttavia”, “d'altra parte” ecc.). Di qui risposte rapide ed emotive, polemiche, qui-pro-quo ecc. E succede, dicono alcuni studi scientifici, anche agli esami di abilitazione di insegnanti di lettere!
      Ma probabilmente in questa grave carenza influisce la scarsa abitudine alla parola, scritta per gli incolti totali, parlata per i colti, scritta e parlata per i laureati d’annata ricaduti in una sorta di analfabetismo funzionale. Dopotutto – rivelavano altri studi – gli Italiani, e i cittadini dei Paesi cattolici in genere, hanno scarsa dimestichezza sia con le assemblee e le discussioni in pubblico, sia con la rapida interpretazione di un testo un poco complesso, anche per i limiti di alfabetizzazione nelle aree marginali e lo sfavore con cui la Chiesa tradizionalmente ha visto la lettura dei libri presso il popolo, nel timore che vi si diffondessero idee illuministiche, libertine o rivoluzionarie o ateistiche (“Li libbri, fiji, nun li leggete”, fa dire al classico prete ultra-conservatore G.G. Belli nei suoi Sonetti, ancora a metà Ottocento). Forse è il retaggio di queste oscure paure reazionarie tipiche della sottocultura cattolica che domina l'Italia dalla fine del Fascismo che siamo agli ultimi posti anche per spesa pro-capite per istruzione rispetto al Prodotto Interno Lordo (v. secondo grafico Ocse). E in effetti, gli Anglosassoni protestanti e gli Ebrei, che sono sempre stati in grado di prendere la parola in pubblico in qualche associazione o in parrocchia o in sinagoga, e anche di interpretare personalmente la Bibbia, hanno, all'opposto, sempre dato la massima importanza alla scuola, alla cultura e al merito dell'intelligenza, con risultati evidentissimi anche nel numero di premi Nobel assegnati.

IMMAGINI. 1. Numero di Laureati nei 34 Paesi della OCSE (2015). 2. Percentuale di Prodotto Interno Lordo destinata all'istruzione nei Paesi europei.

AGGIORNATO IL 2 FEBBRAIO 2017