06 gennaio 2018

MITI d’oggi. La donna anticonformista provoca, ma domina la vita e la morte.

Quando appariva, la vedevi così grande, spandeva così tanta luce, che tutti per contrasto erano spenti, piccoli, meschini. Una dea, ma una dea procace, della corporeità, dei fiori, della primavera, della bellezza. Si sparse allora la leggenda che fosse davvero lei la donna insieme più stravagante e più elegante di Roma; mentre per Gianni Agnelli, esagerato a causa del desiderio frustrato, era addirittura la più bella d’Italia. Eppure, vista attraverso il malevolo egualitarismo delle donne, era solo “appariscente”. «Tutta qua, questa famosa bellezza?» commentò acida la scrittrice Elsa Morante. Peccato che non siano le donne a poter giudicare le altre donne.
      Statuaria lo era, eppure magra, con l’ossatura forte, alta, ma a quei tempi ancora più alta per le lunghissime gambe giovani allungate da tacchi arditi, con la stravagante chioma rossa o pel di carota; e vestiti sempre svolazzanti, floreali o a colori accesi o pastello (che a Roma non si vedevano se non tra le signore delle ambasciate anglosassoni), sempre munita di cappelli incredibili, che però mai riuscivano a fare davvero ombra al volto ampio e d’una sua speciale convessità. Convessità? Era stato proprio lo scrittore Alberto Moravia, che come tutta la Roma intellettuale la frequentava e le faceva una corte serrata (v. oltre), a teorizzare, non so se pro domo sua, che la bellezza delle donne consistesse in questa qualità, come la più adatta – è l’immaginifica fisica dei letterati – a riflettere la luce.
      Così, Maria Elide, detta Marina, figlia dell'avvocato romano Punturieri, sposata Lante della Rovere, poi Ripa di Meana, sembrava procedere nella vita non in modo altezzoso, questo no, perché conservò sempre l’anima delle origini popolari, ma certo in modo deciso e prepotente; proprio come camminava in strada sugli insidiosi sampietrini romani, poco adatti ai suoi tacchi a spillo, ma adattissimi ai suoi cani che numerosi conduceva al guinzaglio. Ogni volta che la incontravi, all’apice della sua bellezza, negli anni 70 e 80, in una galleria d’arte o nei vicoli attorno a piazza di Spagna, da via Mario de' Fiori a via della Croce, al Babuino, luoghi già allora turistici e poco frequentabili da un romano, era la sorpresa d'una Venere che esce dalla conchiglia; e sempre ti si allargava il cuore.
      Futile, mondana, superficiale, storcevano il naso certi pensatori maschi, forse gli stessi che non erano riusciti a raggiungere il suo letto. Ignorante, l'aveva rimproverata Vittorio Gassman. Arrivista, scalatrice sociale, mangiatrice d'uomini, soffiavano alle spalle le perfide finte amiche, in realtà vere nemiche.  Ma di piccole cose sono fatte le grandi, e lei proprio il costume, il senso della Bellezza, voleva cambiare, coi mezzi che aveva, a cominciare dalla vita d'ogni giorno. E poi quale donna, quale uomo non vede la sua vita come un’occasione di conquista dell'altro o d'un posto nella società?

      La novità, invece, era che per la prima volta il modello di donna libera e anticonformista fino all'esagerazione, il questo caso il più perfetto a disposizione, doveva servire per una carriera personale e un’ascesa sociale. Non nascondersi, ma rivelarsi con la massima esplicita sincerità; non subire ma agire, anche a costo di provocare di continuo e di usare a mani larghe il Kitsch, ecco le nuove armi perfettamente consapevoli, giocose, naturali e in fondo oneste, sì paradossalmente oneste - contro la vox populi giornalistica - d’una donna coraggiosa e sfrontata, per ottenere il successo. Perciò, i mass media, che spesso non capiscono, stavolta capirono, e alla fine dopo anni di tentato scandalismo tutto le perdonarono.
      La madre le aveva dato della scema, quand'era adolescente, perché non leggeva, non aveva voluto frequentare neanche il liceo, ha scritto nel suo libro autobiografico "Colazione al Gran Hotel". E questo, forse, offre una chiave di lettura. Attraeva gli intellettuali, neanche fosse una musa ispiratrice, e da loro era attratta, perché in fondo, ammette, “si sentiva cretina”. Già, gli intellettuali. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, insieme con gli aristocratici e i necessari industriali. «Non avevo una lira ma vivevo da miliardaria» si confida nell’intervista con Candida Morvillo a proposito del suo libro. Sempre ospite di spasimanti e ammiratori, che non esitavano a mettere a disposizione anche l’aereo privato. Al Gran Hotel viveva pagata dall’ammiratore-mecenate Roberto Gancia, conte e industriale, che le procurò anche un lucroso contratto di abiti prêt-à-porter col Giappone. Sempre seguita curiosamente da due vecchi intellettuali, detti i Dioscuri, un po’ guardoni e un po’ parassiti, Alberto Moravia (che come un qualunque garzone del fioraio ci prova pesantemente mettendole la mano sulla patta: rifiutato) e Goffredo Parise, il pauperista-chic che al maître dal sopracciglio inarcato che serve aragoste chiede un brodo con pane secco. E come si precipitarono i due Dioscuri opportunisti a fare le ben pagate presentazioni al suo servizio fotografico su Playmen, che altrimenti, senza il supporto "intellettuale" - temeva Marina - avrebbe fatto morire di crepacuore la madre! «Ma questi due non hanno altro da fare?», sbottò Eugenio Scalfari. Erano gli anni della "scapestrataggine" e degli eccessi. Agnelli, che evidentemente voleva provarci anche lui - continuano Marina e la Morvillo - la sorprende a letto con due uomini, lo scultore Eliseo Mattiacci e il pittore Gino De Dominicis, e si ritrae sdegnoso: «Siamo già troppi!».
      Silista di alta moda, fin dagli anni 80 appariva in tv come opinionista di rottura, sempre sopra le righe, mettendo in evidenza carattere esuberante, mobile, vitalissimo, imprevedibile, effervescente, e idee anticonformiste, perfino infantilmente bislacche. Poi la svolta ecologica, grazie anche all'influenza di Carlo, che è stato anche Commissario Europeo all'ambiente e dirigente dei Verdi, e il lancio di campagne di ogni tipo, soprattutto sulla difesa degli animali (contro la moda delle pellicce non esitò a farsi fotografare nuda, dichiarando che l’unica sua pelliccia non vergognosa sarebbe stato il suo vello pubico), la tutela della natura e del paesaggio; sempre continuando a dibattere e polemizzare di costume, politica, libertà della donna.

      Ma è stata molto di più: un piccolo Mito vivente dei giorni nostri, cresciuto e alimentato, anche criticato, dall'opinione pubblica giorno dopo giorno, avendo impersonato per oltre quarant’anni l'archetipo della donna liberata che con le sue imprevedibili infrazioni rompe vistosamente le piccole e grandi regole dell'ipocrisia sociale; eppure pretende ugualmente di avere successo, e, quello che è più straordinario, coltivando "alla faccia di tutti" forse l'unica vera, ludica, goliardica,"dolce vita"  realmente possibile: la sua.

      Non si saprà mai se sia stata più abile o più fortunata. Così, come solo pochi sanno fare, proprio lei, la futile, la leggera, l'animatrice dei salotti romani, la mondana, la mantenuta, la scalatrice sociale, è tuttavia riuscita paradossalmente là dove molti uomini grandi, venerati e famosi hanno fallito, cioè nel capolavoro di non farsi travolgere dagli eventi, ma di modulare a piacimento, niente di meno, la vita e la morte. E già, visto che al cancro che non le dava tregua non ha dato tregua, e l'ha beffato in extremis, quando ormai era terminale, con la sedazione profonda (in casa, altro che Svizzera): una dolce morte. Dopo una vita che le beghine avevano definito per lo meno poco dignitosa, in realtà magistralmente gestita, ecco che lei la conclude col suo ultimo colpo di teatro: una dignitosissima morte. E nei tempi giusti: per scomparire è riuscita a evitare appena il 6 gennaio, perché come befana non sarebbe stata credibile.

AGGIORNATO IL 9 GENNAIO 2018

18 dicembre 2017

TOMBE poco onorevoli. Perché il cinico re Vittorio Emanuale III no e gli altri sì?

Non solo la Comunità Ebraica italiana, che giustamente ricorda la firma del Re sulle leggi razziali di Mussolini, ma anche altri Italiani hanno protestato per la traslazione dopo 70 anni delle spoglie del Re d’Italia, Vittorio Emanuele III di Savoia, da Alessandria d’Egitto al santuario di Vicoforte (Cuneo), pochissimi giorni dopo quelle della moglie, la regina Elena, che riposavano finora a Montpellier (Francia).
      Altro che l’impossibile Pantheon, come chiedeva una parte dei Savoia. Perfino il saggio permesso del Presidente della Repubblica, Mattarella, limitato all’inumazione in Italia, in tono minore e con riservatezza estrema, nel santuario privato dei Savoia, è stato contestato. L'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo in un comunicato  circostanziato ha lamentato che a causa del segreto e del fatto compiuto sia mancato il minimo dibattito storico, in cui anche un'ammissione di colpe sarebbe stata educativa per i giovani.
      Perché è ovvio, come spiega la Storia stessa: il favore del Re Vittorio verso il Fascismo gli ha precluso l’onore condiviso della Nazione intera, comprese le onoranze, altrimenti doverose, nel Pantheon. E anzi, tra i critici più severi, si è fatto strada il timore che la giusta sepoltura in Patria possa risolversi in una sorta di rivalutazione implicita di una Casata che nel Novecento ha dilapidato l’enorme credibilità che aveva accumulata agli occhi degli Italiani ai tempi del Risorgimento.
      In particolare, la firma reale apposta da Vittorio Emanuele III sotto le leggi razziali volute nel 1938 da Mussolini per ottusa emulazione di quelle di Hitler, fu vissuta come un tradimento dalla Comunità Israelitica. E infatti, riferiscono gli storici, fu una scelta molto “sofferta”, perfino in quel poco sensibile sovrano. Gli Ebrei italiani erano ultra-patriottici, come mostra la vita di Amelia Rosselli Pincherle, sempre in prima fila nel Risorgimento e nel sostegno sia al Governo (il segretario particolare di Cavour era l’ebreo Isacco Artom), sia alla Casa Reale (la dama di compagnia della regina Margherita, consorte di re Umberto, era l’ebrea Amalia Pincherle, moglie dell’eroe italiano Cesare Rovighi, medico e militare, diplomato al Collegio Rabbinico di Modena e fondatore della prima rivista ebraica italiana).
      Ma, allora, se per tutta la serie di gravi errori del sovrano, peraltro condivisi, tranne forse la persecuzione degli Ebrei, dalla maggioranza degli Italiani (condivisione che nessuno ricorda mai; eppure basterebbero le cronache del primo Dopoguerra), le spoglie di re Vittorio Emanuele III, a differenza di quelle del nonno Vittorio Emanuele II che riposano nel Pantheon, non appaiono degne di una sepoltura monumentale e onorevole, quali sarebbero a ben vedere gli Italiani degni d’una simile tomba in Patria?
      Diciamolo subito: le tombe dei grandi monumenti nazionali resterebbero vuote con i criteri che si pretendono per il nostro ultimo Re, Vittorio Emanuele III, accusato dagli storici di essere stato un regnante arido, cinico e ottuso, oggi accolto dopo 70 anni di esilio tra non poche proteste in una tomba monumentale, sia pure privata, in Italia. Re Vittorio è reo di aver permesso quasi da solo vent’anni di dittatura del Fascismo. I Reali Carabinieri, infatti, erano in grado – fecero sapere – di arrestare in poche ore Mussolini: sarebbe bastata una firmetta del Sovrano. Così il suo movimento di cialtroni improvvisati, violenti ma al dunque cagasotto, si sarebbe sciolto come neve al sole, incapace di sopravvivere ai 10 anni di carcere comminati ad almeno un centinaio di persone. Ma Lui disse no e la firma non ci fu e Mussolini imperversò sull’Italia per vent’anni, portandoci oltretutto a una guerra disastrosa e allo sfacelo di cui paghiamo ancora le conseguenze. Come poter onorare, dunque, un Re del genere?
      È vero, non è degno. Ma allora chi sarebbe degno? Ne vedrei pochissimi. Con criteri etico-politici solo un poco severi, non solo i Sacrari, i Monumenti funebri, i Cenotafi senza salma, ma anche i normali Cimiteri italiani sarebbero o vuoti o pieni di tombe senza nome: nessuno davvero degno di essere sepolto come italiano. Infatti l’unico indiscusso e quindi “degno” per definizione, è il Milite Ignoto.
      Basta dire che abbiamo dato sepoltura, e pure con onoranze ricorrenti, ai peggiori tangheri sanfedisti e filo-Borbone, a chi denunciò, condannò e giustiziò la Pimentel Fonseca e gli altri grandi liberali napoletani, e per converso ai generali napoletani che repressero nel sangue la giusta rivolta della Sicilia, compreso chi bombardò dal mare l’eroica città di Messina; ai tanti governatori, gerarchi e traditori filo-Austria, ai crudeli “visir” italiani dei tanti Principati assoluti italiani e stranieri; ai censori di ogni ordine e grado (uno fu l’insospettabile G.G. Belli), ai crudeli persecutori in tonaca nera che applicarono la Santa Inquisizione della Chiesa; a un ministro di polizia in tonaca rossa poi divenuto Papa fanatico che ordinò violenze psicologiche e fisiche imponendo a tutti col terrore di "tratti di corda" e scomuniche Catechismo e Rosario, Penitenze e Processioni. E un altro Papa italiano, che prima illuse poi tradì gli spiriti nobili e liberali del Risorgimento, non so più se è stato fatto Beato o Santo. E perfino l’incapace ammiraglio di Lissa, che causò molti morti, dorme il sonno eterno tra quattro marmi. Senza contare gli arroganti e cinici comandanti della Grande Guerra colpevoli di centinaia di migliaia di morti tra le truppe italiane, i militari felloni di ogni ordine e grado, i giudici venduti, e così via.
      Se gli Italiani veri da onorare con una tomba monumentale fossero solo quelli belli, alti, eleganti, intelligenti, colti, umanisti, scienziati, con gli occhi azzurri, giusti, generosi, non faziosi, quelli senza peccato, che non hanno sbagliato né amici né nemici, né moglie né marito, amanti anche dei bambini, dei cani, della natura, e ovviamente col senso della Patria e della Storia, e pure anti-autoritari e difensori sommi della libertà (quella vera, cioè degli altri, non la propria) più di Einaudi-Croce-Cavour messi insieme [a proposito, oggi Cavour sarebbe deferito per alto tradimento, perché voleva fare tutto da solo, e quindi come “ducetto” non meriterebbe né tomba né vie, né piazze], ebbene, staremmo freschi. Nessuno si salverebbe in un Popolo fazioso, ambiguo, traditore, o autoritario o servo interessato dell’Autocrate di turno (Papa, Re o Dittatore che sia), comunque incolto e immaturo da secoli. Neanche Dante si salverebbe. Che facciamo? Distruggiamo le tombe dei “filofascisti” Marconi e D’Annunzio, dei “cattivi maestri” Machiavelli e Guicciardini, Mosca e Pareto, del “manigoldo” Caravaggio, del duplice “omicida” anche “femminicida”, diremmo oggi, Gesualdo da Venosa; per non parlare di filosofi ambigui e preti fanatici, frati ottusi e fanatici, generali inetti e medici incapaci, giuristi corrotti e traditori vari a go-go…
      Bella l’Italia, senza una tomba da onorare! Anche perché i famosi "malvagi", i Dittatori, i Re e Principi cialtroni (non solo tra i Savoia, ma dieci volte di più tra i Borbone e gli altri), i Papi fanatici e liberticidii, ebbero, eccome, il plauso popolare. Vuoi per adesione aperta, vuoi per viltà, vuoi per il tipico spirito servile degli Italiani (lo dice perfino il nostro Inno Nazionale: caso unico al Mondo!) i cittadini sono stati corresponsabili, non solo vittime, degli atti dei prepotenti, insomma complici. Ecco perché l’unico morto onorevole, non per caso, Ignoto, innominato, è quello scelto a caso e posto in una tomba-monumento sull'Altare della Patria.. Perché, diciamola tutta, se fosse noto e con un nome, sai come ci apparirebbe squallida la sua personalità, la sua vita!
      Ha detto bene sulla sua pagina Facebook Duccio Trombadori con una frase che ha innescato nella mia mente questo articolo: «una tomba in Patria non si nega neanche al peggior delinquente». Appunto quello che si è detto sopra. Pantheon no, perciò, ma tomba di famiglia sì. Anche se altri Grandi Reprobi, ormai indiscussi, il Pantheon figurativamente, cioè non esattamente in piazza della Rotonda a Roma, ma in altri analoghi luoghi pubblici, se lo sono meritati lo stesso. Ma si vede che settant'anni sono ancora pochi. Come ha precisato il Presidente del Senato, Grasso, su re Vittorio Emanuele III «le responsabilità prima, durante e dopo l’avvento del Fascismo, così come la firma delle vergognose leggi razziali, non consentono alcun revisionismo». Perciò «il rientro della salma in Italia, essendo stata esclusa categoricamente la possibilità della tumulazione al Pantheon, è un mero atto di umana compassione, senza alcun onore pubblico, gestito con prudenza e sobrietà». Insomma, ha aggiunto il ministro dell’Interno Minniti, si tratta di «una vicenda ordinaria per un Paese che dopo decenni riesce a fare i conti con un pezzo della propria storia, non per dare ragioni o torti, ma per dare pietà».

AGGIORNATO IL 20 DICEMBRE 2017

19 novembre 2017

TRAM di 90 anni a Milano; mentre nella strafottente Roma impazza l’automobile.


Cominciò il dittatore Mussolini a prendersela coi tram: li cacciò dal Centro storico di Roma, proprio dove erano fondamentali perché non inquinanti: “troppo lenti, ingombranti, antiestetici”. Ma antiestetico e ingombrante e inutilmente veloce, quindi lento, era proprio Lui. Del resto, le sue erano tipiche proverbiali fisime da provinciale: la mania di grandezza, la pretesa di vedere sempre “cose nuove”, il gusto strafottente e infantile di sfrecciare con auto veloci in faccia al popolino che andava a piedi o in bicicletta o si accalcava sui mezzi pubblici. Forse una reazione al piccolo e meschino paese dove era nato, e al più vecchio sistema di Potere al Mondo, la Dittatura.
      E pensare che già nel primo Novecento i tram elettrici scorrazzavano in un allegro caos da giostra di luna-park perfino in piazza San Pietro (v. foto), quando era ancora dell’Italia, prima di essere regalata col nefasto Concordato del 1929 allo Stato del Vaticano, con tante proprietà e tanti soldi, proprio dall’ateo cinico e opportunista di Predappio.
      Già dai primi anni del secolo i tram raggiungevano i nuovi quartieri, come il Trionfale, dedicato agli operai della fornace Veschi in valle Aurelia e agli impiegati ministeriali di basso grado, e Prati di Castello riservato ai funzionari più elevati e ai dirigenti statali e privati. E avevano capolinea nel Centro di Roma, dove stavano benissimo perché, com’era evidente anche allora, in tempi pre-ecologici, i tram elettrici non inquinavano l'aria e i polmoni dei passanti, né sporcavano facciate di palazzi e monumenti, come accadrà con gli autobus a benzina o diesel. E nelle strette vie del Settecento questo è un vantaggio impagabile per i cittadini, oggi martoriati da motorini, bus pubblici e e automobili private, che a Roma, nel lassismo di Sindaci e Sindache, e nella non-vigilanza di Vigili né vigili né urbani, pretendono di infilarsi in ogni vicolo.
      E perfino una prestigiosa Associazione di tutela urbanistica che non dico si lamentò negli anni Sessanta dei “troppi fili elettrici” in aria necessari ai tram, perché erano di "ostacolo alla vista dei monumenti". Ah sì? E i cartelloni stradali, le bancarelle, i gabbiotti fotografici, le insegne, la segnaletica ridondante, no? Silenzio.
      Così i tram a Roma fecero una brutta fine, e oggi ne sopravvivono pochi, per lo più moderni. Mentre quelli gloriosi e bellissimi degli anni Venti sono stati tolti dalla circolazione. E invece, con che potenza i tram 26 e 27 – riferiscono i cronisti – risalivano le pendici di Monte Mario fino al manicomio (così il popolo lo chiamava quando non regnavano gli ipocriti eufemismi di oggi) di S.Maria della Pietà! E che buona velocità – dicono i cultori nostalgici – raggiungevano le Circolari Rossa e Nera (anni 40 e 50) sui lunghi rettilinei! Altro che i 40 km/h di quelli di Milano, tutt'oggi.

      Perciò, siamo convinti che la conservazione dei manufatti antichi, specialmente dei mezzi di trasporto funzionanti, vale come vera e propria “archeologia tecnologica” e industriale. E che soddisfazione quando un motore degli anni Venti funziona ancora, senza obsolescenza programmata. Macchine perfette non solo perché genialmente semplici, ma anche perché consumano poca energia, si deteriorano poco, vogliono poca manutenzione, si guastano poco, insomma sono economiche. E durano anche oltre 90 anni. A proposito, quante volte per queste vetture è stata ammortizzata la spesa iniziale?
      Si tratta anche di tutela delle memorie e della propria identità storica. E perciò conservare in efficienza i tram antichi, come le automobili e le locomotive antiche, specialmente quelle a vapore, è un segno di grande Civiltà.
      Perciò, oggi che i vecchi tram gialli di Milano compiono 90 anni, ancora in esercizio, facciamo gli auguri e le nostre congratulazioni ai Milanesi. A quanto pare, sempre migliori dei romani, quelli con l’iniziale minuscola (perché la maiuscola se la meritano solo i Romani antichi).
      Per gli strafottenti abitanti dell’Urbe, infatti, come nei Paesi sottosviluppati dove ancora l’auto personale è uno status symbol e segno di arroganza individuale e sociale, solo l’automobile deve regnare in città. Loro che da pessimi anarchici non rispettano nessuna legge, solo una rispettano: la meschina quattroruote è un diritto costituzionale. Altro che tram.

IMMAGINI. 1. Tipici tram di Milano fotografati oggi; ma sono stati costruiti nel 1927. 2. Caos di tram elettrici in piena piazza S.Pietro nel primo Novecento, quando la piazza era ancora italiana ed era di là da venire il nefasto Concordato tra la Chiesa e il Fascismo del cinico ateo Mussolini. 3. Tram che da piazza Indipendenza portava gli impiegati pendolari al nuovo quartiere Trionfale, all'altezza di piazza s.Silvestro all'ora di punta. 4. La mappa dei tram a Roma nel 1926. Di lì a poco Mussolini farà scomparire i tram dal Centro storico, proprio dove erano essenziali perché non inquinanti.

AGGIORNATO IL 25 NOVEMBRE 2017

15 novembre 2017

CALCIO mondiali. Fuori perché troppo Italiani: poco severi e con troppi “amici”


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La “nazionale”? Deriva da “Nazione” e il calcio quasi non c'entra. Uno Stato dignitoso, efficiente, retto da persone intelligenti, tanto più se si tratta della 7.a potenza industriale al Mondo (5.a l'altro ieri), non fa figuracce simili, anche se i suoi sport nazionali fossero football americano e rugby. Come è accaduto agli Stati Uniti che storicamente digiuni di calcio, per puro senso dello Stato e della Nazione, per poter partecipare ai tornei internazionali e far girare il nome USA, insomma per dignità di Nazione, hanno messo in piedi in pochi anni una squadra nazionale calcistica discreta se non media.
      Ma, si sa, i cretini ignoranti e disorganizzati, ma “amici degli amici” come si usa in Italia anche tra comuni cittadini (gli stessi magari che poi protestano contro il Governo…), chiamano a dirigere i vari settori persone simili a loro, vicine a loro. Io ti do una cosa, tu me ne dai un’altra. E nel sordido machiavellismo “de noantri” anche il calcio fa parte della crisi della società, dello squallore dei nuovi Italiani e della Politica, che – sia chiaro – non è peggiore di loro ma anzi li rappresenta perfettamente. Perciò, questi e altri dirigenti della Cosa Pubblica, dal calcio alla televisione, dalla scuola alla conservazione dei beni naturali e artistici, e chissà quanti altri nomi di ieri, oggi e domani, non solo degli alieni caduti da Marte, ma "sono" l'Italia di oggi: tipici personaggi della provincia furbetta italiana, buoni a nulla ma con gli amici giusti, e quindi capaci di tutto.
      E invece, tutto è collegato. Perché l’intelligenza è una e pervade tutto, quando c’è o non c’è, nel bene o nel male. Non si può essere intelligenti in un campo e scemi in un altro. Noi che deriviamo come nipoti degeneri dagli antichi Romani (quanto diversi da noi molli e corrotti cattolici pronti al perdono), sappiamo che anche per il calcio ci vogliono le doti virili e dignitose che, una volta caduti i Romani, hanno fatto forti, liberi e vincenti i Paesi del Nord e li hanno fatti emergere sui Paesi meridionali fondati sulle Mafie degli Amici: perfezionismo, efficienza, laicità. Insomma, intelligenza, rispetto solo per il merito, nessuna concessione a cordate di potere o amicizie, molta organizzazione e perfino cultura, se non altro storica-psicologica.
      Non solo per l’immagine internazionale, ma perché oggi le sanguinose guerre d’un tempo tra Europei sono state sostituite dall’economia e dal calcio, dove si scaricano – fateci caso – rivalità e violenza, di individui o di Stati. Una partita internazionale è sociologicamente e psicologicamente nient’altro che una guerra, sia pure stilizzata, con altri mezzi. C’è meno sangue (be’, dipende dagli ultras), ma non è meno aggressiva. Del resto, la durezza intimidatoria sul campo di gioco (gioco? ah-ah-ah!) di Svedesi o Tedeschi è pari a quella che le loro tribù barbariche mostravano quando scendevano nella molle e cattolica Italia medievale, a razziare ori e opere d’arte.
      Ecco perché ora che le Guerre tra noi Europei non ci sono più, e perfino quelle tra Est e Ovest, tra Nord e Sud, sono più rare, i Mondiali di Calcio sono diventati confronti altamente simbolici del prestigio nazionale, come una Expo internazionale, una parata virtuale in immagini non delle squadre nazionali ma delle intere Nazioni, insomma una parafrasi e metafora scoperta delle rispettive “potenze di fuoco” da ostentare “a scopo di prestigio” (si dice), in realtà a scopo deterrente, intimidatorio. Anche questa è Politica Internazionale, esibizione di Grandeur.
      Però, c’è un “però”: ci sono gli Italianuzzi. Che riducono tutto a operetta, anzi a commedia che poi diventa tragedia. I dirigenti o politicanti cretinetti eletti da noi Cretinetti (il nome sostantivato dei popoli va per rispetto in maiuscolo…) queste cose non le capiscono, non hanno la logica elementare. Danno importanza per via del business solo ai Club, alle squadre di calcio, mentre considerano pochissimo, quando non boicottano, la squadra Nazionale di soli Italiani. Così imbottiscono tutte le squadre del campionato italiano di calciatori stranieri (ormai ci sono squadre che mandano in campo solo un calciatore italiano o perfino nessuno), in vista del calcio-spettacolo di "fenomeni" preteso dalla plebe come al Circo dell’antica Roma.
      Poi fanno finta di cadere dalle nuvole e osano lamentarsi del “vivaio inesistente”, della “scarsità delle vocazioni”, visto che il Paese non offre nuovi calciatori e non si riesce a mettere insieme una Nazionale con almeno 22 giocatori tenaci, bravissimi non solo nel dribbling, ma anche a fare cross precisi, continui allunghi aerei in area avversaria, o a tirare calci d’angolo precisi o rigori centrati, in un Paese di oltre 50 milioni di abitanti.
      Ma, come ho detto, il problema è sempre lo stesso: etico-politico e culturale. E se i meschini rag. Rossi di Lambrate o geom. Russo di Isernia non cambiano mentalità, se continuano a raccomandare, ad aggirare le norme, e a non educare severamente alla cultura e al senso critico i figli, non solo la Politica e l’Economia in questo Paese distrutto dalla Democrazia di Massa e dalla Televisione, ma perfino il finto gioco del calcio, in realtà spettacolo e business, come ogni altra bandiera della dignità di una Nazione, ci daranno solo sconfitte.
NICO VALERIO nico_valerio@tiscali.it
http://nicovalerio.blogspot.it/search?q=cretinetti

AGGIORNATO IL 16 NOVEMBRE 2017

08 settembre 2017

G.G.BELLI e i suoi Sonetti. Tra mr.Hyde e dr.Jeckill nasce il romanesco letterario.


Il 7 settembre, nasceva a Roma nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, una vita banale e modesta, un carattere tranquillo, una personalità curiosa di tutto, ma non brillante, studi interrotti nella prima adolescenza, piccolo impiegato, quando non disoccupato, negli Uffici Ecclesiastici (in uno di questi uffici gli toccò fare il censore, severissimo quanto ottuso, di opere letterarie e teatrali). E ancora, credente fino all’osso, ma cattolico all’italiana, cioè pieno di dubbi, furbo realismo e scetticismo, papalino convinto, moralista, tradizionalista, anzi, spesso bigotto e reazionario. E il poeta? Ah, sì: autore di mediocrissime poesiole accademiche in lingua italiana. Questo il Belli-dr.Jeckyll.
      Ma c’era anche il Belli-sig.Hyde: amante della libertà personale (e chi non l’ama?), insofferente dei divieti e del fanatismo, satirico, anarchico, anche qui moralista fino a diventare anti-papalino, cultore del comico, osservatore realistico di costumi popolari, linguaggio e sessualità, che descriveva senza pudori, fino al cosiddetto "turpiloquio". Ecco, a proposito, un suo pezzo di bravura sui 53 sinonimi e significati, anche in modo figurato, del “Padre dei Santi”, cioè del membro maschile (e nell'originalissimo e osé mio articolo-saggio su questo sonetto ho dovuto scomodare, per compensazione, anche Shakespeare, Foscolo, Tommaseo e Leopardi. E non è finita: Giuseppe Gioachino Hyde era lettore curioso di ogni cosa, compresi opere di illuministi, atei e liberali (addirittura gli andavano “a genio” Voltaire e Locke), dunque vietate nello Stato della Chiesa. Ma soprattutto è autore di oltre 2000 segretissimi, clandestini sonetti romaneschi.
      Tutto questo fino ai primi anni 40 dell’Ottocento. Dopodiché, l’ambivalenza si risolve e ritorna per sempre il rispettabile (ai propri occhi) dr. Jeckyll: rispettoso dell’ordine, reazionario e pauroso di ogni libertà. Nel ’49, terrorizzato dalla Repubblica Romana, con un atto illogico brucia le sue carte, per primi i sonetti, che riteneva più compromettenti. Ma come, proprio quando andavano al potere quelli che li avrebbero potuti lodare? Non contento dà ordine a un amico monsignore di bruciare anche la cassetta con le copie dei duemila sonetti più vecchi. Ipocrita: sapeva benissimo che don Tizzani li apprezzava molto e non lo avrebbe mai fatto.
      È chiaro, e si capisce dalle lettere, che il piccolo borghese Belli non vuole essere identificato dopo la morte come autore dei Sonetti (il che avrebbe danneggiato, teme, il figlio Ciro, magistrato, verso cui nutre un’apprensione morbosa). Insomma non vuole svelare ai posteri il lato segreto dell’iconoclasta irriverente che per tutta la sua doppia vita era riuscito così bene a occultare. Solo pochi amici più intimi dell’Accademia Tiberina sapevano.
      Una personalità ambigua e contraddittoria in massimo grado quella del Belli, con punte d’una meschinità senza pari. Non meravigliamoci se fu preso dagli ingenui liberali Risorgimentali (che già si erano sbagliati su papa Pio IX) per un liberale! In realtà ogni sonetto, anche il più aperto, si presta a complesse interpretazioni; e molti, la maggior parte, sono sul versante opposto.
      Come autore di versi fu per decenni considerato un minore, un curioso autore locale; poi riscoperto dal grande Vigolo (veneto) che con qualche forzatura e con sue note romantiche e spesso prude e fuori luogo (ed. Mondadori del 1952) creò il grande monumento a un Grande Poeta. Moravia, che esagerava sempre, paragonò i Sonetti addirittura all'Inferno di Dante. Anche Marcello Teodonio rievocando il Belli su Radio-Tre (Wikipedia) nella semplice ricorrenza del giorno della sua nascita, ha azzardato un parallelo tra l’esule fiorentino che scrivendo la Divina Commedia inventa la lingua italiana e il Belli esule in casa, per autoesclusione e rifiuto della società, che con i Sonetti inventa la lingua romanesca. Ha parlato anche di “bilinguismo” nel Nostro: una lingua aulica ma insulsa e inutilmente accademica, precisiamo noi, nelle sue poesie in italiano; e una lingua bassa, "dialettale", nei Sonetti, che lui non parlava, perciò una "lingua letteraria", però vivida e ricca di colori e caratteri, limitatamente ai migliori sonetti, devo aggiungere.
      Oggi, invece, è giunto il momento di storicizzare Belli e di inquadrarlo più criticamente non solo nel suo ma anche nel nostro tempo e nel sistema di valori che sono propri della cultura e della letteratura. Certo, non è un Leopardi. La casualità e la meccanicità di troppi sonetti minori, alcuni dei quali avrebbe dovuto del tutto scartare se avesse posto mano a una revisione (del resto era capace di scriverne anche dieci al giorno, e senza poi rivederli e correggerli più di tanto), pesa eccome sul bilancio artistico.
      Ma nei suoi sonetti migliori resta la vivacità e la sintesi geniale, e soprattutto la fotografia dal basso, dai vicoli, di un’epoca e di una società – quella della Roma degli ultimi Papi-Re – che altrimenti avremmo perduto, e il monumento letterario alla “nuova” e originalissima lingua romanesca.
      Romanesca? E che vuol dire: scritti nel “dialetto” di Roma, come sicuramente credono a Vicenza o a Matera? No. A Roma propriamente non esiste un dialetto, che è una sotto-lingua parlata da tutti, da ogni classe sociale, aristocratici compresi. Ma questo, Teodonio non l’ha neanche accennato. Infatti a Firenze e a Roma le persone colte hanno sempre parlato l’italiano e fiorentino puro (a Roma imposto dai Papi fiorentini), sempre rifiutando il gergo irridente, satirico e volgarissimo dei popolani, fino al 600 con vaghe inflessioni napoletane. Gergo romanesco, appunto, non romano, dove il suffisso –esco suona spregiativamente perché riferita alle volgarità del popolino.
      Ebbene, in questa nuova presunta “lingua” gergale deformata e caustica tipica dei popolani (la stessa che il friulano Pasolini attribuì per errore alla malavita e agli immigrati non romani), però finalmente precisata graficamente, corretta e anche integrata nel vocabolario dallo stesso Belli, sono scritti i Sonetti. Il romanesco col Belli non nasce, ma rinasce, e precisa meglio le proprie regole. Che non è poco. Linguisticamente, perciò (ma non solo, ovviamente), a differenza dell’Autore che ebbe vita e personalità banali e modeste, i Sonetti, alcuni sonetti, sono grandiosi. Ma sono anche difficili, e oggi vanno tradotti, interpretati, commentati: quasi nessun romano di oggi capisce la lingua belliana, mentre invece capisce il molto annacquato para-romanesco del Trilussa.
      E i belliani sono pochissimi: appena uno o due docenti universitari, e pure svogliati e un po’ troppo conformisti. E non esistendo siti web colti, ben scritti, didascalici e dignitosi per conservare il ricordo dei Sonetti, decidemmo, io e Paolo Bordini, nella totale inazione altrui, di aprire un sito che riportasse all’oggi quel mondo: Il Mondo del Belli.
      Leggetelo questo blog:  i sonetti sono tradotti, commentati e riportati alla Storia dell'epoca e all'attualità di oggi. Una originalità assoluta. http://mondodelbelli.blogspot.it/
      Non ne avrei parlato, anche perché non si trattava d’un centenario, e la semplice ricorrenza del giorno natale è occasione troppo debole per una rievocazione, se Wlikiradio su Radio-Tre non avesse dedicato oggi 7 settembre la puntata al Belli, a cura di M. Teodonio, come sempre troppo encomiastico, tanto da dare quasi l’impressione che il Belli fosse non un isolato, un emarginato culturale in quella Roma dalla piccola nobiltà ignorante e boriosa che tanto aveva schifato Leopardi, ma una sorta di intellettuale maturo consapevole di sé, perfettamente inserito nel movimento di rinnovamento letterario e politico della metà dell’Ottocento italiano. Ha preso troppo sul serio, neanche si trattasse di quello leopardiano, anche il suo Zibaldone, in realtà una semplice serie di riassunti per il figlio Ciro. Così ho voluto riequilibrare.

15 agosto 2017

FERRAGOSTO festa né cristiana né chic ma contadina, dopo duri lavori nei campi

Buon ferragosto, certo, ma solo per i contadini di 2000 anni fa.
      Che c'entrano gli sfaccendati incapaci di tutto del mondo d'oggi che sembrano cogliere ogni pretesto, ogni embrione di moda, per banalizzare tutto, esprimere il loro conformismo di animali-massa che tengono a mostrarsi integrati nella squallida società dell’ipocrisia, fare del consumismo festaiolo, buscare a ufo un altro augurio e forse perfino un regalo, con le Feriae Augusti, la meritata vacanza dopo i lavori agricoli, così importante da aver dato nome al mese?
      Che ne sanno dell'alternanza delle stagioni e della tregua nel duro lavoro nei campi?
      E che c'entra la Chiesa, che approfittando cinicamente di ogni festività pagana per impossessarsi facilmente di masse di fedeli abitudinari, ha rubato anche questa festa, facendo coincidere il ferragosto pagano che si teneva ai primi di agosto con l'Assunzione della Madonna del 15 del mese?
      E allora diamo la parola al solo legittimato ad augurare "buon ferragosto" a qualcuno con cognizione di causa, il "cittadino romano medio". Chiamiamolo Marco Terenzio Patercolo, e facciamolo nascere, che so, a Tusculum venti secoli fa. Di professione vignaiolo, olivicultore, apicultore e piccolo proprietario agricolo, insomma un coltivatore diretto. E, com’era tipico di quella evoluta società, non solo alfabetizzato, ma sufficientemente informato e in grado di pensare, e ben dotato di personalià, a differenza delle successive masse becere contadine volute e rese per secoli ignoranti e ottuse dal Cristianesimo, religione dichiarata "dei semplici di spirito"? Ebbene, M.T.Patercolo in una riunione con i vicini alla vigilia delle Feriae Augusti deve aver indirizzato ai colleghi: più o meno queste domande e considerazioni:

«È andato bene il raccolto, amici? Quanto grano avete ricavato quest’anno? E la vigna come sta? Sono sani e forti gli olmi ai quali sono appesi i grappoli?
      E i porci? Parlatemi dei porci: hanno avuto quest’anno ghiande a sufficienza? Quante troie gravide avete contato?
      Qui da noi, dall’altro lato della collina, la siccità ha ridotto il bosco, e soprattutto i frutti succosi, anche quelli che si conservano per l’inverno. Già, l’inverno: i nostri nonni dicevano che domani comincia l’inverno. Eppure siamo al culmine dell’estate.
      Ma se Fortuna vuole e Cerere è contenta, ormai abbiamo finito i lavori. Domani le donne prepareranno il più grande pranzo sull’aia che si sia mai visto al mondo.
      Dieci muli ci vorranno per portare cibo e bevande per centocinquanta lavoranti, giovani e vecchi, uomini, donne e bambini.
      Tanta è la fame e tanta la voglia di divertirsi: mangeremo tutto il giorno, e pure la notte.
      E si ballerà, come sapete, si canterà, ci saranno giochi e scherzi. E, inutile nasconderlo, si sa come vanno queste cose: nasceranno nuovi amori, e l’anno prossimo figli, tanti figli. Ne abbiamo bisogno.
      Ma intanto, domani godiamoci la festa, la Festa di Augusto.
      Gli altri, gli azzeccagarbugli, gli scritturali, i politicanti per interesse, quelli senza arte né parte, i maneggioni ben vestiti che oziano nel Foro alla ricerca di affari loschi alle spalle degli altri e senza lavorare, i grassi liberti arricchiti che si fingono intellettuali, e tutti i mangiatori a sbafo che vivono tutta la vita tra quattro mura, e anche quei furbi fanatici Cristiani che hanno messo il loro cappello untuoso sulla nostra festa, che cosa possono capire, che cosa c'entrano con la Feriae Augusti? E come si permettono di augurarci "buone ferie", loro che in ferie ci sono sempre e senza produrre nulla?».

AGGIORNATO IL 16 AGOSTO 2017

29 luglio 2017

LATTUGA. Per la medicina tra 800 e 900 il lattucario era un sostituto dell’oppio.

Per la scuola ippocratica o naturista classica, che si ispira a Ippocrate, padre della medicina scientifica, ma in realtà sintetizza tutta la millenaria cultura botanica-medica di Romani e Greci, la lattuga (Lactuca sp.), in tutte le sue specie e varietà, è certamente molto più interessante per le doti curative che nutritive.
      È bene precisare subito che la specie Lactuca sativa, cioè coltivata, presente sulle tavole moderne conserva solo in minima parte le proprietà terapeutiche e in particolare analgesiche, ipnotiche e sedative delle specie originarie.
      Il suo lactucarium o lattucario (come il nome lattuga, deriva dal latino lac-lactis = latte), linfa bianca lattiginosa o lattice che trasuda quando si rompe un gambo o la base d’una foglia, è solo un ricordo di quello ben più potente e amaro delle specie spontanee da cui è probabile, secondo la genetica, che sia derivata, cioè L. serriola, più che L. virosa. Eppure conserva ancora effetti narcotici analoghi all'oppio, seppur molto minori – puntualizza ancora nel primo Ottocento il dr. Pouchet – purché la pianta sia giunta a piena maturazione in un Paese caldo. Non per caso L. virosa (che, va sottolineato, è una pianta tossica, tanto che si contano tra i raccoglitori inesperti alcuni avvelenamenti gravi ancora ai giorni nostri; mentre la tossicità di L. serriola è molto minore e riservata alla pianta adulta in fiore) era stata denominata anche L. papaveracea.
      Il lattucario, lasciato evaporare, è stato chiamato “tridace” (da tridax, nome greco della lattuga) dal dr. François e utilizzato nella medicina naturista, sia quella popolare, sia quella colta fondata sulla “materia medica”, fino a tutto l’Ottocento e oltre, almeno fino al 1911. Lo raccomandano numerosissimi medici e farmacisti, tra cui il dr.Hopft.
      Le indicazioni nella medicina popolare e medica erano di antitussivo, sedativo, antalgico, debole anestetico, anti-afrodisiaco, moderatore del transito intestinale, sudorifero, stimolante generale (a deboli dosi), soporifero (a più forti dosi). Ma si ricorda che i Greci antichi l’impiegavano perfino contro il morso dei serpenti (Pouchet).
      La tradizione medica naturista è concorde: Ippocrate, Dioscoride, Galeno, Celso, Oribasio attribuirono alla lattuga, o meglio al genere Lactuca – soprattutto alle specie spontanee – virtù analoghe all’oppio. L’analogia dell’azione psicotropa del lattucario della lattuga, ben diverso dall’abituale estratto acquoso di lattuga già presente nelle farmacie, con quella della sostanza estratta da Papaver somniferum appariva fondata, e perciò se ne approvava l’uso popolare tradizionale al posto del raro, costoso e pericoloso oppio. E' la tesi del chimico farmacologo H. Aubergier, attivo a metà Ottocento, tra i maggiori valorizzatori e propagandisti del lattucario, inventore di formulazioni per preparati da vendersi in farmacia, di cui parlano già importanti riviste di medicina (p.es. The Lancet 43, 31 dec 1842). Le sue osservazioni sono sintetizzate (tradotte) qui. Del resto, già il grande Dioscoride constatava che ai suoi tempi si sofisticava addirittura l’oppio col lattucario seccato al sole (Pouchet), il che è una prova, sia pure in negativo, che semplicisti, erboristi, medici e gli stessi pazienti hanno sempre colto una qualche analogia tra i due rimedi pur così diversi.
      L’uso, anzi il mito, della lattuga curativa si perde nella notte dei tempi. E' sacra alla tradizione ebraica e fa parte come chazeret dei merorim cioè delle cinque erbe amare da consumare durante la cena di Pasqua o Pesach. Ma per un altro motivo: perché di sapore amaro doveva rammentare le mitiche amarezze subite dagli Ebrei in Egitto. Ma la lattuga oggi coltivata non è amara, ammette rav Di Segni,
Rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, sia pure a parer nostro per superare troppo facilmente l’obiezione.
      Però è amara la lattuga selvatica. E questo, anzi, è un ulteriore duplice indizio che in tempi remoti sia la lattuga prescritta da Mosè agli Ebrei fuggiti dall’Egitto, sia quella offerta nello stesso Egitto dal Faraone al dio Min (se quest'ultima era davvero lattuga; v. oltre) dovevano essere lattughe amare, cioè selvatiche o da poco selezionate, comunque ben diverse dall’odierna lattuga da tavola.
      E poi un’altra stranezza intrigante: la banale lattuga nasconde un difficile rebus culturale e farmacologico. Per gli antichi Egizi la lattuga era afrodisiaca. Almeno, così interpretano gli archeologi la scena raffigurata nella pittura tombale di Tebe (v. immagine oltre) in cui un uomo o il Faraone stesso offre cespi affusolati di color verde al dio Min, sempre raffigurato in stato di erezione (itifallico).
      Com’è possibile? E’ una tesi aliena dalla nostra cultura, contraria all'evidenza, non suffragata da nessun medico o erborista nella Storia occidentale degli ultimi 3000 anni. E anche ammesso che fosse Lactuca, di qualsiasi varietà, anche selvatica, chi ci assicura che, al contrario, non costituisse proprio il rimedio farmacologico ideale per il patologico priapismo del Dio? Ma in realtà, chissà quale pianta era quella raffigurata nella tomba! E’ probabile, sostiene Samorini, che quella degli Egizi fosse o derivasse da un’altra specie, probabilmente L. serriola, comune ancor oggi allo stato spontaneo, e che nei bassi consumi (fino a 1 g di lattucario) prevalessero gli effetti sedativi e calmanti di sostanze presenti nel lattucario come lattucina e lattupicrina; e invece nei consumi più elevati (cioè a partire da 2-3 g) prevalessero gli effetti eccitanti, stimolanti e allucinogeni indotti dall’alcaloide tropanico, presente non per caso anche in Solanacee allucinogene come giusquiamo, mandragora e datura.
      Ma, insistiamo, è una tesi doppiamente insostenibile. Intanto la L. serriola non ha assolutamente forma affusolata. Come mostrano chiaramente le raffigurazioni sui sarcofaghi di Tebe (v,. in basso, due serie di immagini desunte dallo stesso sito di Samorini), le piante estremamente stilizzate e affusolate non hanno niente a che fare con qualsiasi lattuga selvatica. Ed è davvero improbabile che nessuno dei grandi medici antichi, tutti anche naturalisti e botanici, che hanno sperimentato per secoli su migliaia di uomini le più diverse specie del genere Lactuca, compresa ovviamente la comunissima serriola, non si siano accorti di una reazione afrodisiaca: E poi, insistiamo, la pittura egizia mostra chiaramente un cespo a forma molto allungata, fusiforme. E non c'è bisogno di una laurea in botanica o archeologia per sapere che nessuna pianta di Lactuca, tranne la lattuga coltivata della varietà oggi definita "romana", ma solo se è privata delle prime foglie, ha questa forma, sia pure stilizzata. E la lattuga romana è stata più che sperimentata:  non è certo un afrodisiaco, anzi, è il suo contrario.
      Infatti, Greci e Romani, e poi tutta la tradizione medica ippocratica ed erboristica che ne seguirà fino ai nostri giorni, concordemente attribuiscono alla lattuga un effetto anafrodisiaco, cioè deprimente la libido, il desiderio, l’erezione, la sfera sessuale e perfino la fertilità.. Sarà poi col Cristianesimo contemplativo la pianta preferita degli orti conventuali, la più adatta ai monaci votati alla castità. Ma già per i pita­gorici è "la pianta degli eunuchi" che rende gli uomini impotenti: “Coloro che più sono affezionati alla lattuga, meno sono atti ai piaceri dell’amore”. Perciò Eubulo scrive: “Non mettermi davanti sulla tavola la lattuga, o moglie, o la vergogna sarà tua”, si legge nel Deipnosophistes di Ateneo di Naucrati. Proprietà che diventerà proverbiale e sarà fatta propria dalla medicina erboristica e naturista fino ai nostri giorni. Infatti su questo concordano già i vari sapienti ellenici riuniti a convito nell'opera di Ateneo.
      Nella cultura erboristica tradizionale, infatti, la lattuga fa parte dei “semi freddi minori”, così detti perché capaci di proprietà “refrigeranti” degli umori, secondo la teoria ippocratica. In realtà il lattucario della specie coltivata ha solo un debole effetto calmante, che faceva chiamare la lattuga comune “erba dei filosofi” dal medico Galeno, il quale più banalmente aveva l’abitudine di mangiarla la sera per prendere sonno, come se si fosse trattato d'un sonnifero. « Proprietà che però sembrerebbe appartenere specialmente allo stato adulto della pianta» – precisa Pouchet esperto di botanica – cioè vicina alla fioritura
      «Ippocrate già utilizzava la lattuga nella pratica medica; Celso la prescriveva ai tisici, eppure i moderni la ignorano» lamenta Pouchet. Che ci sorprende quando dice che per i medici romani all’occorrenza poteva rivelarsi, e per ben altri mali, perfino un “rimedio eroico”, cioè drastico ed energico. Drastica, la lattuga? Il che conferma che le moderne varietà ingentilite e addolcite hanno ormai poco a che fare con le antiche. Infatti, con una sua famosa dieta a base di lattuga di cui aveva scritto anche in un libro di alimentazione terapeutica e ricette curative, il medico romano Antonio Musa aveva guarito l’imperatore Adriano da una grave malattia (alcuni ritengono gastrica o epatica), come riporta Plinio: «La lattuga salvò il divino Augusto durante una malattia grazie alla saggezza del medico Musa; mentre il medico precedente, C.Emilio, per eccessivo scrupolo l’aveva proibita» ( Plinio).
      Poi più nulla: se ne perdono le tracce nella cultura medica e la lattuga è relegata per secoli alle ricette ripetute per sentito dire dai semplicisti di villaggio. Finché l’americano dr.Cox, di Philadelphia, nel 1792 non rammenta ai contemporanei che il succo del genere Lactuca, che chiama lattucario, agisce come quello omonimo del papavero, e nel 1810 il medico scozzese dr.Duncan e ancora molti altri dimostrano le proprietà calmanti dell’estratto di questa pianta e le vantano con convinzione nella tisi, per calmare la tosse e i dolori.
      Così ritorna di moda anche tra i medici moderni, ed è riutilizzata per tutto il secolo XIX con qualche pretese scientifica nei disturbi più modesti e generici dove occorre un sedativo – ma non solo – al posto dell’oppio, molto più potente ma rischioso. La "materia medica" dell’Ottocento prevede la Lactuca in varie altre malattie, curiosamente descritte ancora all’antica, che potremmo definire sindromi ottocentesche, come “febbri biliose” e “idropisia”, “infiammazioni catarrali” e “congestioni” (Pouchet).
      Ma il primo problema è la minima quantità di lattucario che si può ottenere dalle piante senza che si alteri: si tratta di grammi o poche decine di grammi per volta. Per primi, finalmente, i farmacisti Young di Edimburgo e Probart di Londra trovano un metodo per raccogliere in grande quantità e concentrare il lattucario, rimettendolo così in auge come medicamento pratico per tutti, dopo tanti secoli. Ma è il più pratico e fortunato farmacista H.Aubergier che ne ha generalizzato l’impiego con una Memoria all’Accademia delle Scienze di Parigi nel novembre 1842, dimostrando che un lattucario identico a quello di L. sativa, ma enormemente più abbondante, si poteva ricavare dall’imponente L. quercina o altissima. Il che gli permette la produzione di centinaia di chili per volta, riportano i testi dell'epoca (Guiber in Histoire ecc).
Ed è una rivoluzione nella storia della lattuga come farmaco. Anche il chimico italiano Piero Peretti analizza un succo di lattuga evaporato alla ricerca del vero principio attivo; ma senza grandi risultati a causa delle modeste conoscenze e tecnologie chimiche dell’epoca. Ad ogni modo isola una gomma-resina (senza la quale il liquido cessa di essere amaro) che ritiene il vero composto attivo. Fatta sperimentare da un medico, questa sostanza conferma la proprietà narcotica.
      Si sperimentano con un certo successo sui malati vari estratti e preparati, tra cui uno sciroppo al lattucario che avrà una certa fortuna, “efficace contro la tosse della rosolia”, e anche granuli o pillole di lattucario essiccato, dopo che si è riusciti a isolare una “materia amara cristallizzabile”. Questo “tridace”, più concentrato e diverso dal normale succo acquoso di lattuga allora in vendita in tutte le farmacie, come confermarono anche i francesi Caventou e specialmente il François nelle sue note del 1825 su Archives de Médecine, «sembra essere sedativo, diminuire la rapidità della circolazione, ed in conseguenza il calor naturale; da questo lato differisce molto dall’oppio». Non dà stitichezza come l’oppio, anzi, favorisce come tonico amaro le funzioni digestive. Utile per favorire il sonno, ridurre nervosismo, tosse e  dolori, senza dare effetti narcotici, stupidità, costipazione, prurito e altri inconvenienti dei preparati a base d’oppio (voce “Lattugario” in Lenormand et al, Nuovo Dizionario 1842).

      Così il lattucario si consolida nella pratica medica d’ogni giorno, anche perché – riportano le relazioni mediche dell’epoca – agisce là dove altri farmaci più potenti non arrivano, se non con gravi effetti collaterali; p.es. calma l'ereti­smo nervoso e certe forme di eccitazione sessuale involontaria con congestione degli organi sessuali. Per questo è usato dai medici tra Ottocento e primo Novecento in pediatria e in ginecologia.
      Lo Stato nel frattempo controlla e approva, anche perché bisogna ridurre per alleggerire la bilancia dei pagamenti le enormi importazioni di costosissimo oppio dall’Oriente. Una comunicazione del Prefetto di La Meurthe nel giugno 1863 autorizza le farmacie a vendere tra i nuovi farmaci anche il nuovo sciroppo del dr.Aubergier.(“Sirop de Lactucarium”). Ma a leggerne la formula allegata all’autorizzazione, scopriamo che per 1,50 g di estratto alcolico di lactucarium, che è davvero poca cosa, c’è anche una non piccola quantità di estratto di oppio (0,75 g).
       Il punto più alto della ricerca sulla lattuga terapeutica si raggiunge nel Novecento inoltrato, quando nel 1911 il lactucarium è studiato in modo approfondito, finalmente con tutti i crismi scientifici di una chimica analitica nel frattempo progredita, dal Council of the Pharmaceutical Society of Great Britain. Come mai allora? Perché a quel tempo era ormai matura nella società, nei Governi e nella classe medica la risoluzione di vietare del tutto l’oppio per uso voluttuario e terapeutico, tranne casi di dolori gravi (laudano ecc). Cosa che avvenne nel 1915. Si scoprono e isolano così i due principi attivi del lattucario: lactucerolo e lactucina.
      Per altri particolari sui preperati a base di lactucarium e sul principio attivo lactucina, si veda il volume del medico e naturalista belga V.Guibert sui “nuovi farmaci” del suo tempo (Guibert 1860).
      Attualmente la medicina non usa più lattuga, estratti di l. o lattucario in quanto tali, ritenuti poco efficaci e difficili anche da titolare in percentuale; tuttavia alcune formulazioni ottenute da estratti, infusi, Lactuca sp. essiccata, grani, gomme e perfino uno sciroppo al lattucario sono disponibili in erboristeria.
      Negli ultimi anni, anzi, si sta assistendo al pullulare di siti internet, opuscoli, articoli e soprattutto preparati (tra i quali una riedizione del famoso sciroppo) a base dei principi attivi di Lactuca e così il lactucarium sembra rivivere una nuova giovinezza. Nel mondo giovanile sta diventando addirittura una "nuova" droga, percepita come "da sballo sano, naturale, senza rischi", tanto che l'Istituto Superiore di Sanità si è affrettato a compilare una bellissima e completa scheda scientifica equiparando Lactuca e derivati alle nuove "smart drugs" oggi in auge, mettendo in guardia da equivoci, illusioni e rischi. Ne raccomandiamo la lettura a giovani e vecchi, erboristi e medici. Non capita tutti i giorni che le cose antichissime tornino di moda, nel bene o nel male.
NICO VALERIO
http://nicovalerio.blogspot.it/search?q=lattuga+pouchet

RIFERIMENTI

ATENEO DI NAUCRATI, Deipnosophistes. Si veda, sia pure in una scansione automatica scorretta in formato txt: (Qui)
AUBERGIER MH. Recherce sur le lactucarium. Révue Scientifique et Industrielle, vol.XI, pp.98-110
BESHARAT et al. Wild lettuce (Lactuca virosa) toxicity. BMJ Case Rep. 2009; 2009: bcr06.2008.0134. (Qui)
CAVENTOU JB. Sur la Thridace, Révue Scientifique et Industrielle, 11, 278-280.
DOMENICI V. Lattuga, il viagra naturale degli Egizi, Corriere della Sera 2005. (Qui)
GUIBERT V. Histoire naturelle et médicale de nouveaux médicaments. Bruxelles 1860. (Qui).
LAITUE VIROSE (Qui)
LENORMAND et al. Nuovo Dizionario Universale, trad. it., tomo XXX, Venezia 1842, p.397-399.
PLINIO, Naturalis Historia, XIX, 38, 128
POUCHET F.A, medico e professore di storia naturale alla Sorbona nella prima metà dell’Ottocento, autore di un Traité élémentaire de Botanique appliquée, Paris 1836. La voce “Laitue [lattuga]. Lactuca” è nel tomo II, (Qui).
SAMORINI G. Il lattucario. (Qui); Il dio itifallico Min e la lattuga (Qui).


IMMAGINI. 1. Lattucario che cola da una fenditura nel fusto di lattuga selvatica. 2. pianta giovane di lattuga selvatica (L.virosa). 3. Lattucario rappreso ed essiccato. 4. Fusto di L.serriola con lattucario che cola tra i caratteristici peli spinosi. 5. Offerta di un cespo stilizzato (interpretato come lattuga) al dio itifallico Min. 6-7. Cespi stilizzati collegati al dio Min, prima interpretati dagli archeologi come cipressi o sicomori, poi come lattuga (L.longifolia, vale a dire la lattuga romana). 8. Cespo di lattuga romana appena raccolto e già spogliato delle prime foglie per necessità di trasporto: come si vede la pianta è ben lontana da essere fusiforme.

AGGIORNATO L'11 NOVEMBRE 2017