25 settembre 2009

MOSTRE SEGRETE. Il card. Barberini, per fortuna così poco cristiano

L’unica cosa bella e buona della Chiesa è che, uscita dalle catacombe e raggiunto il Potere, si è sempre tenuta per fortuna accuratamente lontana dall’insegnamento cristiano. Così, con l’abile doppiezza che le riconosciamo (chi ha fatto di meglio in intrighi e diplomazia? neanche la Trinità Guicciardini-Machiavelli-Cavour), ha predicato la povertà ai poveri, e la ricchezza ai ricchi e potenti. Ai primi la rassegnazione condita di labile speranza, e l’arroganza autoritaria ai secondi. In questo caso, però, con la sicura certezza del Potere, qui e ora, altro che nell’Aldilà. Con la contraddittoria e tautologica spiegazione che entrambe sono la volontà di Dio.

Troppo facile, troppo comodo? Fatto sta che, forte di questa doppia morale, ha praticato l’indigenza per gli altri, ma l’estetismo e la ricchezza più sfrenata in casa propria. Anche facendo qualche debito. Sempre, ovviamente, con l’alibi del "servizio divino".

E meno male, aggiungo da cultore d’arte. Se no, cardinali e papi non avrebbero potuto accumulare straordinarie ricchezze d’arte, e oggi basiliche, chiese, collezioni private e musei pubblici non avrebbero i capolavori che hanno. Su una singolare dimora cardinalizia, ornata col lusso più sfrenato, quella del futuro Urbano VIII Barberini, riferisce Achille Della Ragione
NICO VALERIO


LA STANZA DEL CARDINALE
La ridente cittadina di Caldarola nelle Marche è sede fino al 23 novembre di un’interessante anche se poco pubblicizzata mostra: "Le stanze del cardinale", organizzata da Vittorio Sgarbi, con opere di Caravaggio, Reni, Domenichino, Guercino, ed altri autori minori per un totale di oltre cinquanta dipinti, esposti nel fastoso palazzo dei cardinali Pallotta, che ospitò anche la regina Cristina di Svezia e numerosi principi romani in viaggio verso il santuario di Loreto.
Non una sede qualsiasi quella della mostra, bensì un eccezionale gioiello architettonico, un Palazzo in cui, attraverso il linguaggio pittorico e architettonico, si esprime lo spirito della Controriforma. Uno spazio di straordinario fascino con la splendida Stanza del Paradiso (v. illustrazione), la cui decorazione continua ad animare dibattiti e querelle sull’attribuzione. Un piccolo scrigno quasi nascosto e remoto, luogo di meditazione del Cardinale, dove la realtà si sublima nella favola: un paesaggio altamente lirico con una flora e una fauna esotiche e scene di caccia animate da cavalli impennati, levrieri, volatili, cacciatori. Colori vivi, festoni e puttini animano una narrazione vivace e piena di slancio, per molti versi ispirata alla decorazione di Palazzo Farnese a Caprarola e che lascia intravedere non poche citazioni dal Cavalier D’Arpino.
La mostra intende fornire un contributo alla storia del collezionismo secentesco attraverso la ricostruzione degli interessi artistici del Pallotta, elevato alla porpora cardinalizia da Urbano VIII nel 1635. Legato alla raffinata cerchia culturale animata dalla famiglia Barberini, nelle sue residenze il prelato raccolse i capolavori dei più grandi artisti del tempo, orgoglioso di poterli esibire agli illustri personaggi che ospitò a Caldarola. A seguito di una attenta e paziente ricerca condotta in diversi archivi pubblici e privati, è stato possibile ricostruire la consistenza della quadreria del cardinale, dispersa poco tempo dopo la sua scomparsa per sanare la sua grave situazione debitoria. Legato a Ferrara, il Pallotta ricorse al pennello dei più qualificati pittori emiliani del Seicento ed in particolare amò le opere di Guercino e di Guido Reni, ma anche quelle dei comprimari della prestigiosa scuola felsinea, rappresentata dai dipinti di soggetto sacro e mitologico alla Annibale Carracci, come Cantarini, Elisabetta Sirani, Tiarini. Con l’occasione della mostra è stato possibile restaurare la grande tela del Guercino raffigurante la Cacciata dei mercanti dal tempio oggi a Palazzo Rosso, nella quale il pittore, in omaggio al committente, pone al centro della scena lo scudiscio con cui Cristo si avventa sui profanatori, emblema araldico della casata del committente. Nella collezione del cardinale non mancavano nemmeno dipinti di soggetto letterario ispirati alla Gerusalemme Liberata, i cui protagonisti compaiono in varie tele commissionate dal prelato: è il caso della Liberazione di Olindo e Sofronia dipinta da Mattia Preti, opera nella quale il sensuale nudo femminile esplicita l’apprezzamento per temi che, senza forzature iconografiche, consentissero di soddisfare l’edonismo del committente e potessero, come giustamente Sgarbi intitola l’introduzione del catalogo, procurargli prolungate estasi visive.
A fronte di un ragguardevole numero di quadri identificati con sicurezza come appartenuti al Pallotta, la mostra propone anche una serie di tele che corrispondono per autore e soggetto a quelle enumerate negli inventari della collezione, al fine di ricostruire, attraverso opere similari, i gusti del cardinale, restituendo così al visitatore l’opportunità di ammirare quanto egli aveva raccolto. I contatti con Caravaggio intrattenuti dallo zio, il cardinale Evangelista Pallotta, in relazione alla esecuzione della Madonna dei palafrenieri per la Basilica di San Pietro spiegano così la presenza, nella raccolta del nipote, di due tele del Merisi raffiguranti la Maddalena e San Francesco, motivando così la scelta di richiedere i dipinti caravaggeschi della collezione Doria Pamphilj e del museo di Cremona per mostrare, sia pure attraverso opere affini a quelle descritte nella sua raccolta, l’interesse del Pallotta per la pittura naturalista.
A fare da collante fra le varie figure ed esperienze pittoriche che si ritrovano ad abitare le stanze di una memoria collezionistica finalmente ricomposta, si intravede il sogno di grandezza di un cardinale, fine politico della Roma barocca e legato pontificio in Emilia. Raffinato e colto collezionista di opere d’arte, che amava il bello, il fine mecenate creò una piccola Roma in provincia di Macerata, tra antichi castelli e dolci colline verdeggianti, facendo di Caldarola un centro nevralgico della cultura manierista marchigiana. I dipinti commissionati ai più apprezzati artisti del suo tempo erano amorevolmente riuniti in una quadreria che impreziosiva il suo palazzo, simile a una vera e propria corte principesca, facendone uno dei pochi edifici marchigiani in grado di rivaleggiare, per il fasto e la ricchezza degli arredi, con i palazzi principeschi dell’Urbe. La raccolta illustra, inoltre, in modo esauriente gli sviluppi della scuola seicentesca bolognese, con la quale il colto e brillante protettore di artisti intratteneva uno stretto rapporto in virtù della sua attività di diplomatico papale a Ferrara. Tornano perciò ad animare le stanze del Cardinale pittori come Guido Reni, Annibale e Ludovico Carracci, Guercino, Domenichino, Elisabetta Sirani. A permeare la collezione è anche un gusto raffaellesco, di cui sono testimonianze importanti alcune copie del Maestro urbinate e la presenza di straordinarie pitture di Benvenuto Garofalo. Oltre a una figura di spicco della pittura marchigiana come Giovan Francesco Guerrieri, degne di menzione sono anche tele di Giovan Battista Salvi detto Sassoferrato, Gaspar Dughet, Girolamo Muziano, Girolamo Buratti, Jan Gerritsz Van Bronckhorst, Simone Cantarini detto Il Pesarese, Alessandro Tiarini, Pietro Paolo Bonzi, Francesco Bassano, Denis Calvaert.
La mostra intende ricostruire quella celebre quadreria costituita con gusto raffinato dal cardinal Pallotta e che dopo la morte del porporato andò dispersa presso il conte Grassi di Bologna. Da questi in seguito un nucleo importante fu venduto nel 1684 al marchese Brignole di Genova, che lasciò a sua volta la sua collezione al museo di Palazzo Rosso, grazie al quale questa mostra può essere realizzata.
Il gioiello della rassegna è costituito dalla Maddalena di Caravaggio, oggi conservata nella Galleria Doria Pamphilj, uno dei capolavori del maestro lombardo, nella sua pacata compostezza con la modella assopita durante le lunghe ore della posa e con il pittore che la immortala in questa imprevista condizione, fornendoci una palpabile sensazione di abbandono e di quotidiana semplicità.
Un’altra opera di Caravaggio, il San Francesco in meditazione, oggi nel museo civico di Cremona, esprime viceversa una serena contemplazione del Crocifisso, a rappresentare un profonda tensione, in contrasto con l’analogo soggetto di Ludovico Carracci appositamente posto a confronto.
Di grande impatto emotivo sono anche le opere di Guido Reni, come il San Sebastiano e l’Ecce Homo caratterizzate dallo sguardo devoto rivolto verso il cielo. La prima tela con il torso statuario a mezza figura risponde pienamente ai precetti belloriani, allora di moda, di bellezza ideale, mentre nella seconda, eseguita più tardi, si codifica una tipologia che avrà grande fortuna nell’iconografia tradizionale.
Tra le opere di Mattia Preti giganteggiano una Resurrezione di Lazzaro e la già citata Clorinda che salva Olindo e Sofronia dal rogo, che faceva da pendant al Damone e Pizia del Guercino.
Il cavaliere calabrese crea un vero capolavoro con una composizione affollata di figure tra elementi architettonici prelevati dal Veronese e dalla pittura veneta. L’esito è un quadro impregnato di impeccabile classicismo, pur bagnato dal chiaroscuro caravaggesco. Rammento del dipinto una eccezionale replica autografa già nella collezione del comandante Achille Lauro a Napoli, nella quale il Preti, teatrale e drammatico si misurava con il Guercino dando luogo ad un’opera sensuale e metaforica.
Non mancano tra i minori quadri di grande suggestione, come l’Allegoria della pittura di Simone Cantarini, nella quale una placida fanciulla si esercita con i pennelli nella difficile arte di dipingere.
Una mostra da visitare con interesse a dimostrazione che in Italia non solo nelle grandi città vengono organizzati eventi di rilievo.
ACHILLE DELLA RAGIONE

JAZZ. Una bella incisione del 1934 col grande chitarrista zigano Django Reinhardt e il violinista francese di origine italiana Stephane Grappelli, in I’m Confessin' That I Love You.

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2 Comments:

Blogger Sandro Corsari said...

Ciò che mi fa arrabbiare è quando papa, preti e cardinali predicano dal pulpito la carità.
La miseria, la fame, la paura, le guerre, le malattie sono dure realtà con le uali tutti dobbiamo confrontarci, ma perchè non cominciano loro a dare l'esempio vendendo almeno parte delle opere darte di cui è ricca la Chiesa? Un quadro, una statua, una pala d'altare in molti casi hanno valori tali da ripianare i debiti di interi stati africani e potrebbero servire a costruire decine di ospedali o (il che sarebbe ancora meglio) istituire borse di studio in medicina o in agraria per parecchi giovani volenterosi ma non sufficientemente istruiti di quei paesi.
Ma si sa, è facile predicare e spingere gli altri a fare, ma quando si tratta di mettere in gioco i propri averi...

28 settembre 2009 alle ore 09:15  
Blogger Nico Valerio said...

Già, ma anche perché la Chiesa NON è stata caritatevole, cioè nient'affatto cristiana, l'Italia è a tutt'oggi, il Paese più ricco d'arte al Mondo.
Se devo dirla tutta, così ripaga in parte noi Italiani del danno gravissimo, inestimabile, che ci ha inferto distruggendo migliaia di templi e statue e opere d'arte degli antichi Romani.
Le opere d'arte commissionate o conservate dalla Chiesa, contro i suoi stessi princìpi, vanno quindi considerate un risarcimento parziale delle gravissime distruzioni perpetate in Italia dal I secolo d.C in poi, in base alla mentalità fondamentalista e fanatica.
Sulla coerenza morale di chi predica la povertà e l'altruismo, e invece accumula ricchezze, esortando ipocritamente Governi e privati ad aiutare migranti e poveri del Mondo, non mi pronuncio, laicamente. Lo facciano i credenti ortodossi.
Speriamo solo che la Chiesa non venda nessuna opera d'arte (moltissime sono vincolate): le basterebbero i miliardi di euro in liquidità (alcuni dei quali donati contro la Costituzione dal popolo italiano con l'Otto per mille) a soccorrere almeno una parte dei poveri del Mondo.

28 settembre 2009 alle ore 11:22  

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