15 aprile 2017

VEGETARISMO. Non cambia il Mondo ma se stessi. Non-violenti solo a tavola?

E' da decenni, da quando divenni vegetariano, giovanissimo, il fatidico primo gennaio 1970 (quindi molto prima che pubblicassi per gli Oscar Mondadori L'Alimentazione Naturale, I ed, nel giugno 1980, e poi Il Piatto Verde sul vegetarismo, I ed., nel 1987), che conduco la mia campagna a favore del recupero da parte di tutti noi vegetariani del senso dell’umorismo, dell’autoironia, del relativismo laicista e liberale, dei limite della storia, della psicologia, della biologia. Con tanto di rispetto per chi “sbaglia”. Anche perché mangiare carne è certamente una violenza; ma di violenze analoghe, se non peggiori, è imbevuta tutta la nostra vita, non solo a tavola. Del resto il carnivoro è convinto – e a ragione, dal suo punto di vista – che sbagliamo noi, e che siamo noi invece a fargli violenza psicologica.
      “Sbagliare”, “errore”, “violenza”? Ahi, ahi, siamo ancora a queste parole fanatiche e fondamentaliste, che dico, "clerico-fasciste"? Chi giudica chi? Forse chi vorrebbe incarcerare o uccidere i... macellai? (slogan ascoltato e letto più volte in cortei vegan e blog).
      Noi non siamo e non dobbiamo essere né una setta religiosa di fanatici, né una moderata e opportunista Chiesa cattolica. La quale solo ora parla in modo ipocrita, populista e demagogico di “risparmiare gli agnelli a Pasqua”, per accattare qualche fedele ignorante, ora che le chiese sono vuote e la Chiesa rischia di diventare solo un movimento di opinione mainstream, una Onlus, oltretutto a nostro totale carico finanziario. “Piazze piene, chiese vuote”, ma borsellino pieno.
      E in passato, per 2000 anni? Quando aveva il potere temporale, neanche nei conventi la Chiesa ha mai escluso la carne; anzi ha colpito duramente le regole monastiche vegetariane, accusate perfino di cripto-eresia (cfr. M.Montanari, L’Alimentazione nel Medio Evo, cit. a mem.), tanto che alcuni teologi sostenevano che “gli animali ambiscono a essere divorati da quelle anime pie dei preti, anziché dal popolaccio volgare” (N.Valerio, Il Piatto Verde, cit. a mem.).
      Non-violenti? Come no; ma solo a tavola? Non è un po’ pochino? A parte quelli, tanti, che per ignoranza della scienza, cioè conoscenza, anche a tavola fanno violenza a se stessi? E i colleghi di lavoro, i condòmini, i vicini di casa, la famiglia, i parenti, Internet, Facebook, gli sconosciuti, gli altri automobilisti, la società? Valgono meno dell’alternativa bistecca-tofu? È sotto gli occhi di tutti l’aggressività, la violenza che spira da questi luoghi: nessuna differenza tra veg o non-veg.
      Del resto, se neanche preti, monache, pastori, rabbini e imam sono di per sé i più buoni e onesti degli uomini (lo dicono loro stessi), come potremmo esserlo noi vegetariani in quanto tali?
      Anzi, c'è chi accusa - e certi fatti sembrano dargli ragione - non pochi vegetariani, p.es. alcuni vegan, di essere più irosi e aggressivi dei non-vegetariani. Una contraddizione bella e buona con l'asserita non-violenza, che deve essere anche e prima di tutto verbale. Non è che con le diete auto-prescritte c’è carenza di vitamine del gruppo B, potenti regolatrici dell’equilibrio neurologico?
      E poi dovremmo renderci conto che la vita sulla Terra, compresa quella dell'Uomo, non è naturalmente non-violenta. La vita, anzi, nasce dalla morte. Esistono migliaia di piccoli e grandi atti di violenza ineliminabili o addirittura necessari alla nostra vita. Già soltanto respirando, mangiando anche solo vegetali, digerendo, curandoci con farmaci e camminando, uccidiamo migliaia di vite (insetti, batteri, virus).
      L'alimentazione, perciò, non è l'unico, e neanche forse il miglior campo in cui sperimentare la non-violenza: perché più di tanto non si può fare a tavola, esistendo invalicabili, essenziali, esigenze biologiche del corpo umano.
      E tanto più oggi che sappiamo tante cose di scienza (ma già nei tempi antichi i medici ippocratici e naturisti ne erano convinti) il vegetarismo ha importantissimi effetti sul corpo umano e la salute. Insomma, l'etica, la filosofia, la non-violenza universale, non sono l'unica motivazione del vegetarismo.
     Sarò paradossale e anti-massa, come al solito (ma mi dà ragione il nostro G.B. Shaw, un altro veg che “non sembrava veg”, tanto era anticonformista); ma se conquistassimo tutti noi che cianciamo abusivamente di “superiorità morale” l’umorismo e la tolleranza, e se studiassimo un po’ di più, ecco che davvero avremmo dimostrato la presenza nel nostro corpo di quello speciale misterioso "marcatore" che rivela insieme intelligenza e moralità.
      Non basta una dieta, anche se sostenuta da tutte le idee più sublimi in fatto di etica, per auto-definirsi "più onesti", "migliori" degli altri. Diete e idee si copiano facilmente. Contano, invece, i comportamenti, anche minuti, i fatti e le opere della nostra vita quotidiana.
      E allora? Il vegetarismo è una scelta individuale nobile e valida, se scientificamente sostenibile da quella singola persona. Ma non si presta alla propaganda, al "furto delle anime" in cui sono bravi i missionari cattolici, alle vanterie statistiche, tanto meno alla economia e alla politica: tutte attività che hanno sempre un fondo di seduzione corriva, di prescrittività autoritaria "per gli altri", considerati colpevoli di tutti i mali del Mondo, di violenza psicologica. Col vegetarismo non si cambia il Mondo, ma, forse, nei casi migliori, si dimostra a se stessi di essere un poco, solo un poco, già cambiati.

AGGIORNATO IL 10 LUGLIO 2017

12 aprile 2017

LIBUM di Roma antica? Ma è la crescia di Pasqua, o pizza lievitata al formaggio.

La conoscete la storia gustosissima del “panettone salato al formaggio"? No? Eppure, non è una stranezza moderna, magari della solita cuoca dilettante su un blog; ma è molto, molto più antica, nobile e saporita del dolcissimo, stucchevole, sopravvalutato panettone "milanese". 
      Non si era detto che dobbiamo riscoprire le nostre gloriose origini antropologiche e culturali? E in Italia, oltre alla lingua e all’arte, le tradizioni più antiche e vere parlano di cibo. E sono pagane, ovviamente, non cristiane. La Chiesa, anzi, ebbe la furbizia (secondo altri vi fu costretta) di utilizzare per le proprie nuove festività i riti e le abitudini che il popolo già seguiva in età pagana: dalla lingua latina alle feste della Luce e ai Saturnali (Natale-Epifania-Carnevale), dalle grandi basiliche (colonne, templi e basiliche romane) al cibo, appunto. Tra i tanti aspetti della nostra ignoranza di moderni, c’è, appunto, quella delle nostre Tradizioni antropologiche alimentari più remote.
      È il caso del bimillenario libum etrusco-romano. Che è un’eccezione: quasi tutte le pietanze oggi definite “tradizionali”, con tanto di ricetta codificata, risalgono al Novecento (p.es. il panettone “milanese”, la pizza “napoletana”, gli spaghetti “romani” alla carbonara o all’amatriciana, i pizzoccheri “valtellinesi” ecc.) o alla fine dell’Ottocento, come tutte le ricette derivate dall’Artusi. Perciò, quando si scopre la sopravvivenza d’una pietanza di almeno 2500 anni fa, trascinatasi praticamente uguale fino ad oggi, sia pure nell’indifferenza generale e ormai ristretta a poche province, si fanno salti di gioia.

      Il libum era un caratteristico “pane condito” rituale e festivo. Lo si “offriva” agli Dei per ingraziarseli, ma poi naturalmente andava al sacerdote, proprio come oggi. In pratica erano costretti a papparselo i poveri domestici dei sacerdoti, i quali continuavano a ingrassare, a ingrassare; tanto che una volta addirittura scioperarono per protesta. Se lo donavano tra loro anche gli sposi: e una volta che per distrazione mettevi il libum sul piatto della sposa, o viceversa, era finita. Peggio dell’anello di oggi: eri incastrato!
      La ricetta, stringata e severa, com’era dell’uomo, ce la dà addirittura il grande Marco Porzio Catone, strana figura di politico dalle forti idee, magistrato pubblico integerrimo, intellettuale versatile e agricoltore efficiente che non disdegnava di sporcarsi le mani di terra o di stabbio, detto il Censore per le motivate critiche che rivolgeva a tutto e a tutti (e a differenza di quanto accade oggi i critici allora erano molto temuti e ascoltati). Arrivò al punto di lasciare ai posteri perfino la ricetta d’un finto vinello di mistura di sua invenzione per i servitori e braccianti (mosto, aceto, tanta acqua ecc.) che doveva sostituire il vino, vietato non solo ai minori di 30 o 35 anni e a tutte le donne, ma anche ai servitori. A riprova del mio detto che solo i Grandi Uomini sanno occuparsi, e bene, delle tante Piccole Cose; mentre chi si occupa solo di asserite, da lui, poche Grandi Cose, è quasi sempre un mediocre.
      Di libum scrive Catone, in stile tacitiano, cioè usando pochissime parole, come un appunto per il suo fattore, nel suo De Agri Cultura. Ecco il testo originale latino:


«Libum hoc modo facito.
Casei P. II bene disterat in mortario. Ubi bene distriverit, farinae siligineae libram aut, si voles tenerius esse, selibram similaginis eodem indito permiscetoque cum caseo bene. Ovum unum addito et una permisceto bene. Inde panem facito, folia subdito, in foco caldo sub testu coquito leniter». 
(Cato, De Agri Cultura, LXXV).

Che, tradotto in italiano, dice: «Il libum, preparatelo così: Pestare bene in un mortaio due libbre di formaggio. Quando lo avrete sminuzzato bene, impastare bene col formaggio una libbra di farina di frumento o, se lo volete più leggero, mezza libbra. Aggiungere un uovo e di nuovo impastare tutto attentamente. Quindi dare forma di pane, porre su un letto di foglie [di alloro] e far cuocere lentamente in un testo [vaso di terracotta] caldo».
      Quindi, in pratica, portata in una cucina di oggi la ricetta catoniana sarebbe::

Farina (all’epoca, integrale) di grano tenero: 327 g
Formaggio pecorino poco stagionato o analogo molto saporito: 655 g
Uovo: 1

Acqua, quanto basta
Foglie di alloro


      Ma per chi ha un minimo di conoscenza di gastronomia e tradizioni popolari, questa è la famosa “pizza di Pasqua” cresciuta, una sorta di panettone salato al formaggio che dopo millenni è ancora diffusissima in occasione della Pasqua in Umbria e Marche, e un po' meno nel Viterbese e a Roma. Oggi a Viterbo e in altre province d’Italia, è diffusa anche un’altra versione del libum, che pure i Romani avevano, quella dolce, impiegando cioè al posto del tanto formaggio il miele, purtroppo oggi sostituito dallo zucchero. Anche questa, salata o dolce che sia, è una pizza “cresciuta”, cioè molto lievitata (per distinguerla dalla pizza bassa a focaccia), più o meno come il panettone di Milano delle origini, in stile Le Tre Marie, ma se è dolce deve essere senza uvetta e canditi, e rigorosamente con ottimo olio di oliva extravergine, E' la classica “pizza di Pasqua” ormai venduta anche nei supermercati, ovviamente in versione blanda e insipida.
      Conviene senza dubbio prepararlo in casa, più saporito, con ingredienti genuini e senza conservanti, questo antichissimo libum etrusco-romano o pizza di Pasqua o crescia che dir si voglia. Usiamo un po' meno formaggio della ricetta di Catone (che vorrebbe 2 parti di formaggio per 1 di farina), per non rischiare di farla assomigliare a uno sformato; ma un po' più di quello che si usa oggi. Scegliamo la formula di "metà e metà", cioè tanto formaggio quanta farina (nella ricetta ricostruita qui sotto 500 g di farina e 500 g di formaggi in totale). 
      Ecco come può presentarsi dignitosamente, senza tradire la Tradizione né il grande Catone, il libum salato delle feste oggi, praticamente immodificato dopo 2500 anni. L'acqua può essere sostituita dal latte. Le uova sono a piacere. La cultura contadina ha ecceduto ultimamente nel numero di uova: sembrava quasi che le massaie di paese volessero sbalordire le vicine. La mia nonna di Graffignano si vantava di fare pizze di Pasqua con 20 uova e più, però erano monumentali. Noi invece non esageriamo: le troppe uova appesantiscono l'impasto e gli cambiano sapore. Manteniamoci parchi come gli Antichi: 1 o 2 uova come voleva Catone. 

Pizza di Pasqua al formaggio o crescia

500 g di farina di grano tenero integrale
150 g di pecorino stagionato grattugiato
150 g di parmigiano o grana grattugiato

200 g di pecorino o altro formaggio poco stagionato a pezzetti
1 bicchiere di latte o acqua tiepida
2 uova
1 bicchiere di olio di oliva (facoltativo)
pepe macinato al momento (abbondante: indispensabile anche per l'aroma)

sale
20 g di lievito fresco naturale (di birra)

      E se c’è la cuoca bravissima fissata col lievito a pasta acida o lievito madre, meglio ancora: ne guadagna il gusto. Ma non deve essere alle prime armi, perché mal impiegato (ha bisogno di diversi "rinfreschi" del lievito e diverse "lievitazioni", cioè brevissimi reimpasti, il che vuole molto più tempo) il lievito a pasta acida lievita poco e con buchi piccolissimi. Intendiamoci, niente di grave; anzi "filologicamente" sarebbe più corretto: una copia più realistica del libum degli Antichi, che non avevano
 il nostro potente lievito di birra, che un lievito naturalissimo, sì, ma concentrato, grazie all'allevamento di colonie di Saccharomyces. Soltanto, sappiate che nelle aspettative di familiari e amici ormai la pizza di Pasqua deve sembrare un panettone di Milano, siete avvertiti. E non è solo una questione di alveoli di aria. Come per il pane, una pizza cresciuta poco lievitata e ammassata cuoce male, può essere indigesta e può avere perfino un cattivo sapore
      Chi volesse realizzare questa ricetta semplice – ma non facilissima: ha troppe variabili che possono andare storte, perciò è adatta a una persona di buona esperienza in pane o pizze lievitate o almeno grande intuito in cose di forno – lo faccia almeno con intelligenza storica, per imparare quali erano i sapori genuini dell’Antichità: usi buona farina biologica totalmente integrale (p.es. Alce Nero o simili, nelle botteghe del naturale: 1 kg a 2,20 euro circa). L’olio, con tanto formaggio, potrebbe non servire: Il sale va dato giusto, tanto più se fate prevalere i formaggi dolci, erroneamente. Qui bisogna usare formaggi pecorini ben saporiti, o almeno di mucca molto saporiti. Catone poi parlava di formaggio fresco sbriciolato (e a Roma antica si usava anche la ricotta fresca impastata con la farina), mentre nella ricetta di oggi si impiega il più pratico formaggio stagionato grattugiato, che è già salato per conto suo. Buona l'idea, che ignoravo, di aggiungere formaggio semi-stagionato a cubetti direttamente nell'impasto già lievitato prima di infornare: questo è un ulteriore collegamento diretto al "formaggio sbriciolato" grossolanamente di Catone.
         L’impasto potrà essere più o meno morbido. Sciogliere il lievito in latte o acqua tiepida (30°: attenzione, a 45° il lievito comincia a morire) lasciandolo da parte. Impastare nel frattempo uova, olio, farina, i formaggi grattugiati, sale e pepe. Aggiungere, poi, anche il latte con il lievito ben sciolto e che comincia a fare le bollicine. Impastare bene, poi aggiungere i pezzetti di pecorino o altro formaggio semi-stagionato. Versare tutto l'impasto in stampi da panettone o in pentole di acciaio oleate e infarinate all'interno. Esistono anche speciali stampi semi-conici tipici delle pizze di Pasqua. Anticamente si usavano vasi o pentole di coccio: sarebbe l'ideale. Lasciar lievitare in ambiente ben tiepido (se non si ha di meglio, lasciare nel forno spento ma con la luce interna accesa) per almeno due ore coprendo a seconda degli stampi con un coperchio di coccio o un panno. Si cuoce in forno a 200° fino a che la pizza sarà ben dorata o bruna. La durata dipende anche dal recipiente usato e dal tipo di forno: in caso d'incertezza aiutatevi con un lungo stecchino.  Una volta spento il forno, non si sforna all'improvviso come per il pane: lasciar raffreddare a poco a poco nel forno spento con lo sportello aperto.
      Buon impasto e buona infornata. In quanto a me, mi guardo bene dal mettere in pratica questa stupenda e saporitissima pizza salata al formaggio: sarei portato per golosità a mangiarmela tutta e addio dieta!

AGGIORNATO IL 3 MAGGIO 2017

04 aprile 2017

VACCINI, non farmaci: si limitano a stimolare le difese naturali del corpo.

VACCINI, SI O NO? Mi ha scritto un’amica: «Aspettavo di leggere (le confesso con parecchia curiosità e interesse) un suo commento/articolo sull'argomento "vaccini si o no". Ha già postato qualcosa in passato e me la sono persa? Oppure è nelle sue intenzioni, e potremo leggere qualcosa in futuro?».
      Non intendo, sia chiaro, partecipare alla solita "corrida" ideologica o religiosa sul tema. Chi mi ha chiesto un parere lo ha fatto, con tutta evidenza, perché mi conosce come coerente divulgatore del Naturismo. Perciò parlo qui solo di cose di mia competenza, cioè della compatibilità teorica, concettuale, biologica, delle vaccinazioni con la filosofia di vita naturista e salutista. Ogni discorso sull'efficacia epidemiologica di ogni singola vaccinazione – per bambini o adulti – deve essere affrontato, invece, solo da epidemiologi medici e Istituti Nazionali di Sanità. Spero di essere stato chiaro.

VACCINI E NATURISMO (*)
È noto che la Natura immette virus vivi e vitali nell’uomo, virus che sono quasi sempre uccisi dal nostro efficiente sistema di difese immunitarie, dotato perfino di leucociti “memorizzatori” che assicurano immunità nel caso in cui dovessero ripresentarsi virus uguali. Invece, i vaccini creati dall’uomo inoculano virus morti o attenuati oppure parti di virus.
      Quindi, già l’impatto microbiologico d’un vaccino è minore rispetto a quello che ci tocca naturalmente ogni giorno nella nostra vita. Per fortuna si è scoperto che anche pezzi di virus o virus morti (vaccini) scatenano reazioni di difesa e garantiscono immunità più o meno prolungata nel tempo. Insomma, il processo di difesa, le reazioni del corpo umano, sono le stesse di quelle naturali previste per i virus allo stato libero.
      Quindi, già per questo primo aspetto, come potrebbe un vero naturista o salutista razionale, cioè che ragiona, opporsi ai vaccini? Neanche la Chiesa e gli ambienti cattolici più reazionari, tra fine Settecento e Ottocento (nonostante l'opposizione di alcuni parroci e frati che erano a contatto con le paure irrazionali del popolino ignorante e superstizioso), ebbero il coraggio e l'ottusità di opporsi ufficialmente ai vaccini. Anzi, l'intellettuale più reazionario di tutti, il conte Leopardi, padre del grande poeta, fu il maggior fautore del vaccino anti-vaiolo. Con tutto che i vaccini anti-vaiolosi dell'epoca erano di rozza preparazione e conservavano alcuni rischi.
      Del resto, già i medici della Grecia e dell’Antica Roma avevano capito che chi era sopravvissuto alla peste non la prendeva più, cioè era immune per tutta la vita. E poiché erano intelligenti, qualche pensierino l’avranno fatto su questa logica biologica; altrimenti verso il 1000 d C non avremmo avuto improvvisamente (la scienza non fa salti) documentazione di persone immunizzate dal vaiolo aspirando col naso polveri ricavate da croste vaiolose di malati.
      Si obietterà: va bene, ma la filosofia e la medicina del Naturismo non si oppongono ai farmaci artificiali?
      Ma un vaccino non è un farmaco, cioè un preparato a base di una o più sostanze chimiche di origine artificiale o naturale ("princìpi attivi"), comunque esterni rispetto al nostro corpo, e capaci di un'azione farmacologica autonoma al suo interno; ma un preparato che contiene un organismo biologico di origine naturale (un virus ucciso o attenuato) che stimola le reazioni naturali proprie del nostro corpo. Un processo biologico del tutto naturale.
      Eppure, nel Naturismo storico, che ha il suo momento più rilevante tra Ottocento e Novecento, la riscoperta delle terapie con l’alimentazione, le erbe, l’acqua, il sole e la terra, cioè con gli elementi naturali, per prevenire i mali che l’eccesso di industrializzazione già stava portando, voleva dire essere molto critici o almeno molto prudenti non solo con i farmaci, accusati di provocare talvolta conseguenze più gravi delle stesse malattie che promettevano di guarire (e in quei tempi di medicina ancora prescientifica o proto-scientifica questo doveva verificarsi spesso), ma perfino coi vaccini. Anche il famoso medico naturista francese Paul Carton (1875-1947), grande studioso e divulgatore di Ippocrate, esortava alla prudenza nel prescrivere e assumere farmaci artificiali, proprio perché non sempre riuscivano a stimolare le difese immunitarie gravemente compromesse in certi malati.
      E' curioso che i Naturisti dell’epoca, compreso il dott. Carton, tra i farmaci pericolosi inserissero anche i vaccini. Oggi ci appare una contraddizione bella e buona, visto che servono appunto a stimolare e rafforzare la risposta immunitaria senza immettere nuove molecole di principi farmacologici. Fatto sta che le varie associazioni naturiste, non solo quelle di Medicine Naturali, ma anche le Società Vegetariane, Società per l’Igiene del Vestiario o per la Riforma Alimentare aderivano regolarmente, anche se non in toto, alle campagne d’opinione contro le vaccinazioni. Ancora nel 1912, per esempio, firmano un appello anti-vaccini alcuni soci della Società Vegetariana di Francia (Baubérot A., Histoire du Naturisme, PUR, Rennes 2004).
      Una posizione, quella dei nostri bisnonni naturisti, ancora arretrata e contraddittoria - dovuta probabilmente più alle scarse conoscenze popolari sulla vera natura dei vaccini che alla scarsa qualità dei vaccini stessi a quel tempo - che oggi non è ammissibile e che i naturisti odierni devono correggere.
     Il Naturismo medico-alimentare, infatti, deriva proprio da Ippocrate (“medicina ippocratica”), padre -guarda caso - anche della medicina scientifica, come andava divulgando così bene proprio il dott. Carton Perciò il salutista e naturista che segue la Tradizione e la Natura e il moderno medico della ASL hanno curiosamente il medesimo mito o punto di partenza storico e simbolico.
      E se la medicina ippocratica cura con i mezzi naturali, anche la medicina scientifica di oggi usa farmaci che in buona parte derivano da principi attivi naturali. E, ripeto, lo stesso ricorrere alle difese immunitarie, sia pure stimolandole, è un processo naturale.
      E gli effetti secondari? "Primum non nocere", per prima cosa non nuocere. Il farmaco – naturale o artificiale – deve essere efficace e non deve nuocere. Per analogia, neanche il vaccino.
      Ma questo motto, essendo noto oggi (non ai tempi di Ippocrate) che perfino tutti i cibi vegetali contengono veleni naturali, che spesso coincidono con i principi attivi (perfino cavoli e rucola sono anti-cancro, ma irritanti delle vie urinarie e, se in eccesso, antitiroidei e gozzigeni), deve essere interpretato così: “I farmaci, naturali o artificiali che siano, non devono nuocere più di quanto giovino”, cioè devono sempre “far più bene che male”, visto che un po’ di male c’è sempre, in ogni cosa. Perciò va sempre valutato il bilancio finale, clinico o epidemiologico, tra i “pro" e i "contra”.
      E sotto la voce “contra” ci sono anche le sostanze minori aggiunte al vaccino o farmaco per facilitare il metabolismo enzimatico e l’assimilazione del principio attivo, e anche gli eccipienti neutri. Non di rado proprio queste sostanze minori sono sul banco degli accusati. Smentita definitivamente la voce fraudolenta che alcuni vaccini favorissero l'autismo, si è visto anche che dei due eccipienti più preoccupanti, il metil-mercurio, usato - quando c'è - come conservante, è metabolizzato dal corpo in etil-mercurio, impiegato fin dagli anni Trenta senza tossicità e senza alcun rapporto con l'autismo; mentre l'alluminio utilizzato in minime quantità per migliorare le difese immunitarie e del resto naturalmente presente in molti cibi, è metabolizzato dai bambini senza tossicità.
      Perciò, nel consuntivo finale, se la statistica medica ci assicura che il bilancio delle vaccinazioni, specialmente quelle di base dell’infanzia, fondate sui principi biologici che abbiamo detto, è altamente positivo, cioè serve a far scomparire del tutto malattie epidemiche non solo con l’immunità individuale ma anche creando un ambiente ostile al propagarsi dei virus, anche noi salutisti che seguiamo i metodi naturali dobbiamo essere d’accordo.
      Se poi i farmacologi ci mostrano che alcuni eccipienti tossici d'un tempo sono stati eliminati o ridotti (quindi aumentando sempre più i “pro” e riducendo sempre più i “contra”), e che comunque i “casi avversi” sono rari, e non tanti e tali da inficiare il principio stesso e l’utilità grandissima delle vaccinazioni, specialmente di quelle infantili di base e obbligatorie (v. documenti della OMS-WHO), non è possibile trovare obiezioni. Del resto, in rarissimi individui produce effetti gravi perfino un’aspirina, il cui principio attivo, come molti farmaci, è di origine naturale derivando da una pianta: il salice.
      Anche perché è fondamentale, e a maggior ragione per un naturista, l'antico motto “Primum vivere, deinde philosophari”: prima di tutto vivere, poi teorizzare. E qualunque mezzo dobbiamo obbiamo usare, meglio se naturale e con ridotti effetti secondari, per sconfiggere la malattia. E il vaccino usa un tipico sistema naturale.
      Non per caso nell’Ottocento perfino il reazionario e cattolico integralista Monaldo Leopardi fece vaccinare (vaiolo) il giovane Giacomo e gli altri figli, e addirittura molti cittadini di Recanati.
      Il Naturismo, ispirandosi da secoli a Ippocrate e alla sperimentatissima “vita semplice e sana” degli Antichi, segue la Natura, sia la "natura dell’Uomo", sia la Natura esterna, che però si osservano e si studiano solo con la Scienza. Non ci sono altri modi per studiare e seguire la Natura. La Scienza è la base sia degli studi di biologia, sia dello stesso Naturismo serio. Proprio perché anche Ippocrate, anche gli Antichi, seguivano la Scienza (certo, quella che era alla loro portata).
      Ne consegue che anche la filosofia naturista deve evolversi e seguire, secolo dopo secolo il buonsenso dell’Uomo, cioè il progresso della conoscenza, secondo il metodo "prove ed errori". Esiste una “Ragione nella Natura”, e l’Uomo ne è una prova, come dimostra la sua evoluzione e la sua Storia, fatta di sperimentazioni “per prove ed errori” con cui ha letteralmente inventato il suo cibo selezionandolo tra tutte le sostanze naturali vegetali, animali e minerali in cui per caso s’imbatteva, soccombendo spesso per opera di piante e animali, e alla fine chiamando “alimentazione sana e naturale” quella che casualmente e per scelta aveva notato che procurava meno svantaggi e più vantaggi. Lo stesso ha fatto con i farmaci e con i vaccini.
      Per tutti questi motivi, in conclusione, anche come naturisti severi o seguaci della Tradizione, non possiamo obiettare nulla ai vaccini fondamentali e dichiarati "obbligatori" o "fortemente consigliati", e dobbiamo vaccinarci.
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(*) Su quale sia il vero significato del termine "Naturismo", visto che Wikipedia ne dà una spiegazione sbagliata e sottoculturale, si veda questa mia monografia completa nel presente blog.

PS. Google mi ricorda che un altro post molto combattivo sui vaccini l'avevo già scritto tempo fa su Facebook. In passato, però, ci sono state anche campagne di vaccinazioni discutibili o infondate. Perciò, anni fa, lo ricordo per onestà intellettuale, polemizzai duramente con l'allarmismo generato da alcuni ambienti internazionali sulla cosiddetta "influenza suina" H1N1 che spinse le Autorità Sanitarie a consigliare la vaccinazione pur in presenza di prove carenti, come stabilirono studi scientifici. Altri studi dimostrarono anche i risultati scarsi, se non controproducenti, della vaccinazione anti-influenzale nei bambini piccoli. Sono casi particolari, estremi, che vanno ascritti alle decisioni pratiche e contingenti delle Autorità Sanitarie, degli epidemiologi e dei clinici dei vari Paesi, che non intaccano il principio di cui parlo nel Manifesto sopra riportato, che attiene unicamente la compatibilità teorica delle vaccinazioni per un naturista.

IMMAGINE. L'inglese E.Jenner pratica la prima vaccinazione contro il vaiolo il 14 maggio 1796 (olio di E.Board, part.).

AGGIORNATO IL 14 LUGLIO 2017